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Segni

ho lasciato il segno del mio amore su un tavolino nero. riconosciuto come tale immediatamente da un signore. nero. è il nero il colore che ho negli occhi. ma non un nero di tristezza. un nero come fosse rosso. ho trasudato amore come un miracolato di eros. ed è ancora così. è  così. è così. ho visto in un riflesso ciò che è vero. vero è bello. ho visto il segno anche in una poltrona con un disegno di 40 anni fa. che ci si può addormentare. ma non mi addormenterei. riposare, leggere, far l’amore. ma non addormentarsi. ho il segno sulla pelle. sulle mani che mi porto alla bocca. come una seconda nascita.

Leggere e ascoltare – Kavafis & Avishai Cohen

Farla non puoi, la vita,
come vorresti? Almeno questo tenta
quanto piú puoi: non la svilire troppo
nell’assiduo contatto della gente,
nell’assiduo gestire e nelle ciance.

Non la svilire a furia di recarla
cosí sovente in giro, e con l’esporla
alla dissennatezza quotidiana
di commerci e rapporti,
sin che divenga una straniera uggiosa.

Prove tecniche di sopravvivenza

prova prova. cazzo si sente? beh chissenefrega tanto è solo per me che registro. prova check sa sa sa. ok. dunque. penso di essere seduto un marciapiede. credo. non è che ci veda molto bene ché mi sono prosciugato gli occhi a forza di sfregarmeli. sa sa sa fischia? sentirò dopo. dicevo sono seduto su un marciapiede penso. i jeans bagnati sotto il sedere ché piove. la gente cammina ne vedo i piedi le gambe ma loro non vedono me.  hanno scarpe di tutti i colori  e calze a rete o spesse o chiare o scure di cotone a righe e quadretti. non mi vedono. se allungo una mano non tocco nessuno ché si scansano anche se non mi vedono. avrò un campo energetico da far schifo. o forse perché oggi non mi sono lavato i capelli e mi dicono che sembro beethoven. seh, bethoven! prova prova. spero funzioni stò coso perché poi mi dimentico quello che volevo dire. adesso sta passando un bimbo tutto infagottato. la madre lo tiene per la mano. lui guarda avanti mentre lei gli parla. non capisco cosa dice. ecco. dunque. volevo dire che sono alla ricerca di un kit di sopravvivenza per il cuore e la mente ché la mia osteopata ha detto che ci devo stare attento. ma io non so esattamente come fare. quindi lascio qui questo registratore. chi lo trova e conosce anche un kit di sopravvivenza registri pure qui come si fa e lo rimetta giù. passerò a sentire. se non lo sai, beh, passa oltre e non ti curar di me. hola! sa sa sa avrà registrato?

Su una panchina…

… leggendo Machado. Calze nere si avvicinano e si siedono accanto. Ho giacca nera, in tinta con le calze camminanti. Posso? dice lei, Prego, rispondo, ti stavo aspettando. Dove sei stata tutto questo tempo? continuo, mentre le foglie d’autunno ci volano addosso in una piazzetta ricavata tra un colosso di marmo e il traffico. Ero qui. Non mi sono mai mosso da qui. E qui sono restato. Attendendo il tuo fiato. Che poi, adesso che è autunno, si vede di più, il respiro. Anch’io ti stavo aspettando, dice lei, ma ero un po’ più là. E forse sono arrivata prima. Non conta, rispondo, chi ci arriva prima. Conta solo che ci sia un momento in cui ci si trovi. Su una panchina. A leggere Machado.

“In margine al sentiero un giorno ci sediamo.
Tempo è la nostra vita, e nostro unico affanno
le pose disperate in cui per aspettare
ci atteggiamo… Ma Lei non mancherà al convegno.”

Partirò

Partirò e porterò con me una gabbia per quando non vorrò essere libero. Porterò con me le poesie di Neruda e di Alda Merini. I fiori secchi mai dati. I baci sospesi. Partirò e porterò con me un pezzo di te. Un viaggio fermo per ritrovarsi. Per riconoscersi. Partirò per un’altra vita che il tempo non mi ha dato. Come farò a riconoscerla, non so. Ma partirò in surplace. Lì resterò. Sembrerà che son partito, ma non lo sono stato mai. Sempre lì, ogni momento. Perché il mio viaggio ed i miei giorni sono io. Seguimi, se vuoi. La mano è aperta. Parti con me. Per arrivare a te.

Non guido

Ho smesso di guidare il giorno in cui ho preso la patente, presa solo per sfida.
Quando l’ingegnere della motorizzazione civile ha detto “ok, va bene così”, sono sceso dal posto di guida e non ci sono più risalito. Mai più. Non mi piace guidare e per fortuna, dove abito, non ce n’è un gran bisogno.

Mi sposto a piedi, con i mezzi pubblici ed in treno. E mi succede una cosa strana. Anche se so esattamente dove sto andando e perchè, ogni volta (almeno per gli spostamenti lunghi) è come se mi aspettassi di arrivare in un posto a sorpresa. Magari oggi il treno decide di prendere un altro binario e di andare a Wonderland, o a Vattelapesca. E mi immagino cosa farei una volta arrivato in uno di quei posti: il naso per aria o per terra a guardare quello c’è. Guardare le persone, parlarci, sorriderle.

Ci provo sempre a chiacchierare sul treno, ma non sono invadente. Basta uno sguardo per farmi capire che non è aria. Però è un peccato. Ti sto incontrando adesso, in questo posto sospeso. E poi non ti rivedrò mai più. Abbiamo l’occasione per tessere umanità varia. Se ce la lasciamo scappare avremo perso per sempre un pezzo di noi. L’intenzionalità me la ricorderò, ma non conoscerò la tua voce, il modo di emettere le vocali, il gesticolare. Se non risponderai all’invito non ci saremo mai incontrati.

Pixel

E a me
qui seduto
non resta che guardare
questi pixel di desiderio.
Quanta passione in 0 e 1 puo stare?
Quanto ardore?
Quanta mancanza?
E' senz'altro una voragine
quella s'apre silenziosa
nel ventre.
E resta
incolmata
a ricordare.

Bio 2 – In Principio più un pezzetto

… dalle mani di delfina passammo in quelle di anna… solo i più fortunati di noi… e ci raccontava di quando incontrò palazzeschi… e della poesia… e della libertà… e dei campi di concentramento anche se non erano ancora nel programma … e tante cose che sono dentro di me… me ne accorgo man man che il tempo passa… ed un giorno ci fece incontrare regina… regina era un tossicodipendente da eroina… primi anni ’70… e lui ci raccontò delle fughe e delle cose di nascosto e noi un po’ avevamo paura … lui era alto e con quel nome non capivamo … ma ci spaventò a morte con i suoi raccontì… per mesi non parlammo d’altro che di regina ed i suoi nascondigli per non farsi trovare da nessuno.. adesso dico da se stesso… forse… ma uno di noi si fece prendere dal romanticismo della fuga e ci lasciò nel 1984 come molti altri dopo che aveva smesso… anna parlava parole strane … gli altri dicevano cose brutte delle loro insegnanti… noi, come al solito, non capivamo perché… e ci parlò della rivoluzione… dei figli dei fiori… della guerra del vietnam… del femminismo.. della famiglia… leggevamo calvino… cassola… hemingway… “siete piccoli” diceva… “e poi rielaborerete”… già queste parole facevano intuire chissacchè…

a me piaceva cristina… ma io non piacevo a lei… che struggimento… non c’era niente da fare… poesie e regali… niente… suonava il pianoforte ed io imparai a suonare la chitarra … era la prima volta che una ragazza mi teneva lontano ma proprio lontano… abbiamo fatto anche il ginnasio insieme ma in quel periodo avevo in testa elisabetta ed è un’altra storia… quello che ne ricavai fu che da allora cominciai a capire l’importanza della faccia… non le piaceva la mia faccia, così diceva, ed io come al solito non capivo… cosa c’entra la faccia mi chiedevo… ho anche i piedi e le mani e i denti e i pensieri e tutto insomma… cristina adesso è un avvocato divorzista…

… però piacevo alla più bella della classe e non me ne ero mai accorto… me lo disse lei molti anni dopo “eri strano, ma strano, ma così strano che quando eri assente volevo andarmene a casa”… bello eh! sono le più belle parole d’amore che qualcuno mi abbia mai detto… comunque, siccome non me ne accorsi … e poi aveva intorno un sacco di ragazzi … insomma e poi io ero matto per cristina… però una volta se fossi stato più sveglio me ne sarei potuto accorgere… andammo  luna park, e lei stette con me in tutti i giochi che facemmo e mi tenne anche la mano… ma siccome cristina mi aveva fatto vedere la mia faccia pensavo all’amicizia… non bisogna avere una bella faccia per essere amici, vero? pensavo… questa ragazza non so dove sia… l’ho persa di vista verso i 17 anni…

comunque in classe con me c’era antonio… il terrore dei ragazzini… ci rubava la merenda… le figurine… se non gli davi 50 lire per il ghiacciolo capace che ti ammazzava con un morso… una volta voleva picchiarmi perché mi aveva fatto cadere dalla sedia ed io avevo detto ad anna che era stato lui… mi aspettò fuori da scuola… avevo una fifa pazzesca… ma invece di scappare gli andai incontro… “bravo, te si che non ti caghi sotto!” e diventammo amici… antonio è morto schiacciato da un muletto a 15 anni in un magazzino mentre movimentava della merce… era biondo… con gli occhi azzurri… ed aveva sempre una crosta da qualche parte…

Voragini

Assenze e presenze. La somma algebrica non si può fare. Nemmeno con moduli e divisioni, calcolo logaritmico e infinitesimale. Non funziona semplicemente perché sono grandezze incommensurabili, come ci dicevano a scuola. Apparentemente della stessa sostanza. Eppur assolutamente diverse. Come l’Aria e il Mago G. Una persona che va ed un’altra che viene non riempiono lo stesso spazio emozionale-relazionale. Una che viene mi aumenta. Una che va, lascia un buco. Tutti i passanti che incrociamo per la strada lasciano buchi. Piccoli, certo. Ma quelli che hanno sostato anche solo per un po’ accanto generando calore lasciano una voragine. Questa, nel tempo, resterà per sempre. Dopo anni ci chiederemo perché sentiamo quel vuoto, forse non ce lo ricorderemo nel dettaglio. Ma il vuoto lo sentiremo comunque. Un passo un po’ aggrovigliato e ZAC, ci si è dentro. Poi dice che uno deve andare in analisi. E’ il freddo dell’intorno che genera nevrosi quando diventa freddo dentro.

Specialmente se il vento d'ottobre [Dylan Thomas]

Specialmente se il vento d’Ottobre
Con gelide dita i miei capelli punisce,
Afferrato dal sole che aggriccia sul fuoco cammino
E getto un granchio d’ombra sulla terra,
Sul fianco del mare, uno strepito udendo d’uccelli,
Udendo il corvo tossire su invernali stecchi,
L’attivo mio cuore mentre lei parla palpita,
Sparge il sillabico sangue, le sue parole assorbe.

Chiuso dentro una torre di parole, segno
Sull’orizzonte camminare come gli alberi
Le forme verbose delle donne, e dentro il parco
Le file dei fanciulli dai gesti stellari.
Alcuni mi lascian crearti col vocalizzo dei faggi,
Alcuni con la voce delle quercie, dalle radici
Dirti le molte note di contee spinose,
Col linguaggio dell’acqua altri crearti.

Dietro un vaso di felci l’orologio oscilla,
E dell’ora mi dice la parola, il significato nervoso
Vola sul disco frecciato, declama il mattino,
Mi narra tempo al vento col gallo della banderuola.
Alcuni mi lascian crearti coi segni del prato;
Tutto ciò che conosco l’erba segnale mi dice
Ed attraverso l’occhio penetra col verminoso inverno.
Alcuni mi lasciano dirti i peccati del corvo.

Specialmente se il vento d’Ottobre
(Alcuni mi lascian crearti d’incanti autunnali,
Lingua di ragno, sonora collina del Galles)
Con pugni di rape punisce la terra,
Alcuni mi lascian crearti con impietose parole.
disseccato il cuore che, sillabando nello sgambettio
Di alchemico sangue, avvertì della furia in cammino.
Sui fianchi del mare puoi udire gli uccelli dai cupi vocalizzi.