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Ti cerco

tra le rotaie di un treno che non fa rumore. tra i suoni del giorno. tra le strade polverose. tra il ricordo di abbracci e carne. posata tra le mie dita. custodita. non temere, non ti lascerò cadere. ti porterò alle labbra ogni volta che avrai sete di me. ristoro l’un per l’altra. così come mi hai preso per quel che sono, ti prenderò. cosa chiedere ancora? solo contatto di pelle. e una strada che unisca, dentro e fuori, il sentire e l’essere reciproco.

La foto è di Mikko Lagerstedt – La musica è nel percorso.

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Avere tra le mani un tesoro

e accarezzarlo. rendersi conto che non lo si deve possedere. che la nostra fortuna  è poterlo guardare da vicino, toccare, vivere. sentirsi baciati anche senza labbra, amati e accarezzati anche senza mani e pelle. il non possesso, ovvero la libertà, è la chiave. libero a mia volta di chiudere gli occhi abbandonandomi ad uno sguardo profondo e sorridente di fronte alle mie debolezze. sentirsi sollevati da un brivido e da una parola sussurrata sulla bocca. essere tale a mia volta. come unico modo di essere.

Un passo alla volta

è il mio nuovo mantra. le visioni d’insieme mi uccidono. le intuizioni a volte non portano da nessuna parte. quelle che ti illudono di aver colto l’essenziale vitale. e allora, mi dico, un passo alla volta. pur continuando a cercare di capire, anche dove non c’è nulla da capire. un passo alla volta. no, non cambio. semplicemente rallento e mi respiro e mi abbraccio. mi accolgo così come sono. con tutti i limiti che mi riconosco. ed anche quelli che ancora non so. rendere reale il sogno è difficile. difficilissimo. ma adesso voglio sognare me. di nuovo. un passo alla volta. aprendo le mani lasciandomi andare. lasciando andare. un passo alla volta. ché è sempre da un passo che comincia un viaggio. anche quello che non si pensava di fare.

Partirò

Partirò e porterò con me una gabbia per quando non vorrò essere libero. Porterò con me le poesie di Neruda e di Alda Merini. I fiori secchi mai dati. I baci sospesi. Partirò e porterò con me un pezzo di te. Un viaggio fermo per ritrovarsi. Per riconoscersi. Partirò per un’altra vita che il tempo non mi ha dato. Come farò a riconoscerla, non so. Ma partirò in surplace. Lì resterò. Sembrerà che son partito, ma non lo sono stato mai. Sempre lì, ogni momento. Perché il mio viaggio ed i miei giorni sono io. Seguimi, se vuoi. La mano è aperta. Parti con me. Per arrivare a te.

Solo

C’era una volta un uomo senza memoria che viveva su di una piccolissima isola. Quest’isola era talmente piccola che se camminava anche a passo lento per più di mezzora, rischiava di percorrerla almeno due volte. Nessuna cartina geografica la riportava. Nemmeno il satellite più avanzato riusciva a localizzarla. Nonostante tutto, sull’isola c’era un grande faro. Altissimo. Dalla sua sommità si poteva controllare il mare per chilometri e chilometri. Qui lavorava l’uomo senza memoria. Passava le sue giornate guardando il cielo, il mare, facendo passeggiate. O meglio, girava intorno al faro, cercando ogni volta di scoprire qualcosa di nuovo, qualche particolare che non aveva mai notato.

Riconosceva, del mare, tutte le onde. Si convinse che le onde fossero sempre le stesse. Diede il nome ad ognuna di loro. E quando qualcuna tardava a farsi vedere, cominciava a preoccuparsi. Si annotava tutti i loro movimenti, le loro frequenze, le loro storie d’amore. Onde che si abbracciano con giravolte esaltanti. Rotolanti. Le loro separazioni. I loro dolori e le urla quando si frangono contro gli scogli. Anche delle nuvole aveva la stessa concezione. Le riconosceva non dalle forme, ma dalla loro posizione. Dal loro colore, dalla loro densità. Di una se ne innamorò. La chiamava Aria. Quando non la vedeva per più di una settimana si sentiva male, gli venivano attacchi di asma. Passava ore ed ore a guardarla. Solo sua, solo lui poteva vederla. E lei si lasciava guardare mentre ballava nel vento, suo fratello, nel cielo, libera di essere bella. Senza paura di cambiare. Scrisse anche una poesia per lei:

 

Ancora balla per me insieme al Leggero

Ridi della mia vista

Innocente voluttà delle forme cangianti.

Tu mi

Avrai finché respirerò Te.

 

Era la sua sposa. E nei giorni di nebbia e di nuvole basse, lei scendeva sul faro per incontrarlo. Rarefazione dell’amore.

Non era mai passato nessuno dal faro da quando c’era lui. Il cibo esisteva sull’isola. Da sé. Solo gabbiani e un gatto immortale respiravano come lui. Non si sa il tempo. Forse da sempre. Oppure mai.

Una sera, una sirena di nave. Segnali di S.O.S. Perché? Chi è. Velocità per una volta. Agire in fretta. L’uomo prese la sua scialuppa, mai usata, e cominciò a remare in direzione del suono della sirena. Era una piccola nave passeggeri, un traghetto. Chiamò. Urlò.

Quando salì a bordo la sirena smise di suonare. Girò per la nave alla ricerca di qualcuno. Niente. Nessuno.

Entrò in quella che sarebbe dovuta essere la postazione di comando. Aprì il giornale di bordo. Bianco. Accanto a quello vide un album di fotografie. Provò a sfogliarlo.

In tutte le pagine c’era una sola fotografia, sempre la stessa.

Lui, che dalla torre del suo faro scrutava l’orizzonte.

Si sedette e, mentre una lacrima solcava il suo viso, si addormentò.

Pixel

E a me
qui seduto
non resta che guardare
questi pixel di desiderio.
Quanta passione in 0 e 1 puo stare?
Quanto ardore?
Quanta mancanza?
E' senz'altro una voragine
quella s'apre silenziosa
nel ventre.
E resta
incolmata
a ricordare.

Tra libri e fiori

In questo giardino, tra libri e fiori (e non c’è differenza alcuna) ho lasciato un soffio gentile.  Chi passa si volta. Credendo ad  un vento. Che vento non è. In questo giardino, che ha una chiesa a guardiano ed un dirimpettaio importante, ho lasciato un’orma. Per poter ritornare. Per trovare senza cercare. Un mano svelante. Una linea di sole che elimina ombre. In questo giardino, senza alcun infigimento, ho parlato parole. In mente, certo. Eppure ascoltato


In questo giardino ritorno. Ogni giorno. A cercare.

Il senso ce l’ho. E ho imparato. A restare.

 

 

Sapeva che sarebbe successo

Febbraio annuncia la  primavera. E’ la speranza della fine del freddo e l’anelito del sole. Forse è per questo che crea visioni di calore, sentimenti di rinnovamento. E di innamoramento. E febbraio forse ti da il coraggio di osare, ché a marzo è ora d’andare. E aprile lo percorri di corsa, se non hai piedi zoppicanti. E abbracci e ingurgiti amore. Tutto quello che non hai mai avuto prima. E’ una immersione totale nelle parole e nei gesti salvifici dell’eros innamorato. E questo amore, in una qualche pausa di passi di tango, ti appare in distanza. Zoom all’indietro. E lo vedi. E ti vedi. Lo ucciderai. Anche se significherà morire per sempre. Non rinascere mai più sotto nessun’altra spoglia. Allora te ne vai, senza nemmeno prendere il cappello per raccogliere gli ultimi baci. Baci che saranno di altri.

Era tanto tempo fa. E sapeva che sarebbe successo.

 

Restio

Una farfalla
in gola mi dice vola.
Resto appeso a lume
nel cono d'ombra pendo.
Rigiro in giro in tondo
non vedo in là che buio.
Un passo basta ancora
e stacco il corto fiato in gola.

Nome

Si dice che dare un nome alle cose sia riconoscerle. Com’è allora che pur nominandolo, non si riconosce mai il dolore? E’ sempre nuovo, improvviso, devastante. Con il rischio anche di affezionarcisi. Sindrome di Stoccolma verso se stessi. L’elemento liberatorio qual è? Non è la felicità, né la gioia. Non ne conosco il contrario. Ne conosco solo la sospensione. Come la possibilità di prendere fiato tra un’apnea e l’altra.