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A volte è necessario che la musica abbia il ritmo del corpo, oltre la melodia e l’armonia. Come battere le mani a tempo, come battere le mani per amore offrendo carezze.

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Leggere e Ascoltare – Szymborska / Kreisler

Da qui si doveva cominciare: il cielo.
Finestra senza davanzale, telaio, vetri.
Un’apertura e nulla più,
ma spalancata.

Non devo attendere una notte serena,
né alzare la testa,
per osservare il cielo.
L’ho dietro a me, sottomano e sulle palpebre.
Il cielo mi avvolge ermeticamente
e mi solleva dal basso.

Perfino le montagne più alte
non sono più vicine al cielo
delle valli più profonde.
In nessun luogo ce n’è più
che in un altro.
La nuvola è schiacciata dal cielo
inesorabilmente come la tomba.
La talpa è al settimo cielo
come il gufo che scuote le ali.
La cosa che cade in un abisso
cade da cielo a cielo.

Friabili, fluenti, rocciosi,
infuocati e aerei,
distese di cielo, briciole di cielo,
folate e cumuli di cielo.
Il cielo è onnipresente
perfino nel buio sotto la pelle.

Mangio cielo, evacuo cielo.
Sono una trappola in trappola,
un abitante abitato,
un abbraccio abbracciato,
una domanda in risposta a una domanda.

La divisione in cielo e terra
non è il modo appropriato
di pensare a questa totalità.
Permette solo di sopravvivere
a un indirizzo più esatto,
più facile da trovare,
se dovessero cercarmi.
Miei segni particolari:
incanto e disperazione.

Giulia contro i Romani

no, non quelli di adesso. Quelli antichi. Quelli che parlavano latino. Dice, non li capisco proprio, ma come facevano a parlare con le parole spostate, i sottintesi, ‘sti ablativi che significano mille cose, dativi e accusativi che cambiano il senso completo della frase. Non c’è verso di farle capire che è retorica. E’ il modo che usavano per discorsi più o meno forbiti. Giulia dice che Cicerone era un malato di mente e Tacito lo seguiva a ruota insieme a Sallustio e a tutti gli altri. Dice che per esprimersi così devono avere avuto una qualche carenza affettiva da piccoli, che forse sono stati abbandonati al mercato o che sono stati investiti da una biga mentre attraversavano i fori imperiali. Mi sono ammazzato dalle risate, anche per il casino storico nel discorso. E’ andata avanti tutto il pomeriggio con le invettive contro il latino mentre cercava di tradurre Cicerone. E’ sempre la stessa cosa, le dicevo, soggetto predicato complemento. Individuali e cerca di comprendere il senso. E lei, dall’alto del suo metroeottanta (grande pallavolista) saraccava come un camallo (anche perché ha saputo che avrà 5 in pagella). Nema problema, le dicevo, vedrai che nel II quadrimestre recuperi come sempre.

Giunti alla fine della tenzone con la versione di Cicerone e dopo una chiacchierata sul nuovo fidanzato se ne è andata dicendo “ci vorrebbero mille Asterix”! 🙂

fa freddo qui

fa freddo qui dove sono. è così umido che le strade sono bagnate  senza che piova. ma piove fuoco. fa freddo qui. fuori da qui. che dentro c’è fuoco. non ho bisogno di accendini e fiammiferi. autocombustione ecco così si chiama. gli alberi si piegano quando passo. non è un inchino. indicano la strada. vorrei salirci sopra per vedere lontano. verso le montagne. come renzo tramaglino attraversare l’adda e trovarmi in un altro stato fisicamente. che in un altro stato ci sono già. un altro me all’orizzonte. sono io l’orizzonte. mi vedo e mi supero. una linea spessa come il mondo mare compreso.

Su una panchina…

… leggendo Machado. Calze nere si avvicinano e si siedono accanto. Ho giacca nera, in tinta con le calze camminanti. Posso? dice lei, Prego, rispondo, ti stavo aspettando. Dove sei stata tutto questo tempo? continuo, mentre le foglie d’autunno ci volano addosso in una piazzetta ricavata tra un colosso di marmo e il traffico. Ero qui. Non mi sono mai mosso da qui. E qui sono restato. Attendendo il tuo fiato. Che poi, adesso che è autunno, si vede di più, il respiro. Anch’io ti stavo aspettando, dice lei, ma ero un po’ più là. E forse sono arrivata prima. Non conta, rispondo, chi ci arriva prima. Conta solo che ci sia un momento in cui ci si trovi. Su una panchina. A leggere Machado.

“In margine al sentiero un giorno ci sediamo.
Tempo è la nostra vita, e nostro unico affanno
le pose disperate in cui per aspettare
ci atteggiamo… Ma Lei non mancherà al convegno.”

Non guido

Ho smesso di guidare il giorno in cui ho preso la patente, presa solo per sfida.
Quando l’ingegnere della motorizzazione civile ha detto “ok, va bene così”, sono sceso dal posto di guida e non ci sono più risalito. Mai più. Non mi piace guidare e per fortuna, dove abito, non ce n’è un gran bisogno.

Mi sposto a piedi, con i mezzi pubblici ed in treno. E mi succede una cosa strana. Anche se so esattamente dove sto andando e perchè, ogni volta (almeno per gli spostamenti lunghi) è come se mi aspettassi di arrivare in un posto a sorpresa. Magari oggi il treno decide di prendere un altro binario e di andare a Wonderland, o a Vattelapesca. E mi immagino cosa farei una volta arrivato in uno di quei posti: il naso per aria o per terra a guardare quello c’è. Guardare le persone, parlarci, sorriderle.

Ci provo sempre a chiacchierare sul treno, ma non sono invadente. Basta uno sguardo per farmi capire che non è aria. Però è un peccato. Ti sto incontrando adesso, in questo posto sospeso. E poi non ti rivedrò mai più. Abbiamo l’occasione per tessere umanità varia. Se ce la lasciamo scappare avremo perso per sempre un pezzo di noi. L’intenzionalità me la ricorderò, ma non conoscerò la tua voce, il modo di emettere le vocali, il gesticolare. Se non risponderai all’invito non ci saremo mai incontrati.

Notturno

Un pensiero è lì. Fisso. Quasi si credesse la stella polare. E forse lo è. Genera note. Sentite e create. Ricreate. S’insinua sotto pelle, si sovrappone all’autunno sostituendone i tremori. Come camminando su un ponte, guardando da un lato e dall’altro, in attesa. Sporgendosi un poco. Una musica intorno. E dentro. Aspetti che ti si prenda la mano. L’allunghi. Ma non c’è nessuno ad afferrarla. Forse stai sognando e non sai se vuoi svegliarti. Fai un giro su te stesso. Sul ponte. Aspetti. Pensi adesso ci sarà, mi metterà le mani sugli occhi e proseguiremo insieme. Ne sei sicuro. Solo, non sai quando. Galleggi. Ti lasci andare. E diventi aria.

E’ il mio desiderio

Quello di essere tutt’uno con l’intorno e con il dentro. Quello di Essere. La sostanza. Proprio nell’insostanziato cielo c’è tutto. Il verso ed il riflesso, il sopra e il sotto, dentro e fuori, io e voi, me e loro. Il cielo sa di acqua tonica, dolce e frizzante, fresca e dissetante. Riempie ma ne vuoi ancora. Essere il cielo è come piovere su stessi, abbronzarsi dentro, volarsi nelle vene. E’ essere nuvola su un monte, baciare il mare e far l’amore con le stelle. Correre sulla via lattea su una stella cometa, salutare gli shuttle. E’ trovarsi dentro senza cercare un posto.

Sono miope ma non metto gli occhiali

E’ così. Bravo ciula, mi vien da dire. Che poi quando vado in giro mi devo avvicinare agli angoli delle strade per leggere i nomi delle vie, perché anche strizzando gli occhi, nisba. E quando sono al computer il naso annusa il monitor. E vedo sempre poco luminoso, leggerissimamente offuscato. Ma va’ che ce li ho gli occhiali, e anche griffati. Uè mica noccioline. E’ che un po’ mi piace pensare che quello che vedo in realta davanti a me è sicuramente migliore di quello che vedo. Non ho le fette di salame sugli occhi. E’ che mi piace strizzare l’occhio alle situazioni, giocarci un po’ anche quando non mi piacciono, vedere, e proprio il caso di dire, se poi quando metto gli occhiali tutto è più bello. Si dice anche che io stia bene con gli occhiali: da brutto divento meno brutto, non che si possa fare molta strada. Ma non basta. Mi sono accorto di essere miope cercando di vedere l’ora sulla sveglia a casa del nonno, quella con la gallina che becca ogni secondo. Non vedevo la gallina, pensavo si fosse stufata e se ne fosse andata. E poi ho pensato che in fondo questa miopia non è così grave. Comunque ci vedo. Come nelle foto ritoccate con l’aura e con gli sbrilluccicamenti, tipo quelle che vedi nelle vetrine dei fotografi. Ecco, cammino per il mondo con l’aura intorno.

Per N.