Posts Tagged ‘ nuvole ’

Con te nella distanza, sono l’orecchio del mondo. In attesa di un mare di primavera. Ché il nostro è già vivo. Non segue stagioni. E’ tempesta e pace. E’ sole e pioggia. E’ coperta calda e ardente nudità. E non esiste notte. E non esiste giorno. E’ solo tempo. Quello costruente il Noi.

Annunci

Musica della notte

il pollo. questo brano lo suono anch’io. l’abbiamo arrangiato solo per sezione fiati, basso e batteria. ha un bel tiro e il solo mi viene bene. lo metto perché in questi giorni cammino come se non sapessi dove mettere i piedi. ed in effetti non lo so. è tutto nuovo. lasciati andare , continua a dire roberta. ma se mi lascio andare chi mi prende al volo. non voglio cadere. lei, con la sua fisica del tao, dice che non mi devo preoccupare. fidati dell’intorno, dice. mah, non è che sia proprio chiaro. io, intanto, suono. questo mi ricordo ancora come si fa.

Presente

a me stesso e all’intorno. le esperienze e l’elaborazione di esse mi fanno essere quello che sono. niente viene tralasciato. né il pianto né il riso, né la gioia né il dolore. ricordare tutto forse è una maledizione, ma serve. torna utile quando la dolcezza e l’amore cercano di nascondere la realtà. presente quando hai che fare con la sclerosi multipla, quando ti trovi tra le mani e gli occhi una donna che sta sprofondando nel dolore e nella depressione e non si è più insieme. presente quando il dolore è il proprio per manipolarlo con delicatezza, per non soccombere. perché da te dipende in tutto una vita senza che sia tua figlia. presente quando qualcuno chiede aiuto. di cosa è fatto questo essere presente?  cosa è? presente. sempre. anche quando sparire e non sentire più niente sarebbe meglio. è povertà d’animo questa? forse. non ho una missione da compiere, non sono un santone o qualcuno che crede nel bello e nel vero a tutti i costi. i miei sbagli li pago sempre. senza sconto. ché non mi interessa. non scappo mai. non fingo. non mento. non opero restrictio mentalis. ho il coraggio di essere me stesso. non ho paura di essere felice. e non ho paura di soffrire. non faccio finta. non sono comodo. spesso sto in silenzio. perché anche così parlo.

La foto è di Christian Coigny

Mi manca l’aria

respiro a fatica e un nodo allo sterno lo stringe. allo stomaco è uguale. cammino a testa alta e con le lenti scure anche di notte. nascondo lacrime secche. impossibili da asciugare se non con lingua calda di passione. la pelle tira e strappa. pori chiusi e arsi da un fuoco secco che crepita nelle orecchie. ho bisogno di ossigeno. ho finito le parole. non so scriv jfejhfwhf wwsbhjbedfvhebv bvjregb rebgeurabge gebrig bfbugreb abgeearbbgr

forse che il cielo si scusa di essere cielo?

bellissimo stargli dentro. con tutti gli elementi naturali che gli sono propri. non ci si ripara dagli elementi. ci si sta dentro. nella tempesta e nella quiete. cosa c’è di più bello? se non capiamo non meritiamo la bellezza dell’essere ma la parcellizzazione delle povere parvenze. il cielo è fatto come noi. di carne e pensieri. di azioni e sogni. e ama.

=

Facciamo che fuori è tutto il clima e tutto il tempo contemporaneamente. Pioggia, sole, grandine, uragani, neve, nebbia, afa, cielo azzurro, luna piena e nuova, nuvole, monti innevati su spiagge assolate e strade deserte dell’agosto cittadino. Tutto insieme. E allora entro. Ed è lo stesso. Insieme.

Su una panchina…

… leggendo Machado. Calze nere si avvicinano e si siedono accanto. Ho giacca nera, in tinta con le calze camminanti. Posso? dice lei, Prego, rispondo, ti stavo aspettando. Dove sei stata tutto questo tempo? continuo, mentre le foglie d’autunno ci volano addosso in una piazzetta ricavata tra un colosso di marmo e il traffico. Ero qui. Non mi sono mai mosso da qui. E qui sono restato. Attendendo il tuo fiato. Che poi, adesso che è autunno, si vede di più, il respiro. Anch’io ti stavo aspettando, dice lei, ma ero un po’ più là. E forse sono arrivata prima. Non conta, rispondo, chi ci arriva prima. Conta solo che ci sia un momento in cui ci si trovi. Su una panchina. A leggere Machado.

“In margine al sentiero un giorno ci sediamo.
Tempo è la nostra vita, e nostro unico affanno
le pose disperate in cui per aspettare
ci atteggiamo… Ma Lei non mancherà al convegno.”

Partirò

Partirò e porterò con me una gabbia per quando non vorrò essere libero. Porterò con me le poesie di Neruda e di Alda Merini. I fiori secchi mai dati. I baci sospesi. Partirò e porterò con me un pezzo di te. Un viaggio fermo per ritrovarsi. Per riconoscersi. Partirò per un’altra vita che il tempo non mi ha dato. Come farò a riconoscerla, non so. Ma partirò in surplace. Lì resterò. Sembrerà che son partito, ma non lo sono stato mai. Sempre lì, ogni momento. Perché il mio viaggio ed i miei giorni sono io. Seguimi, se vuoi. La mano è aperta. Parti con me. Per arrivare a te.

Piove piove la…

E’ uno di quei giorni che me ne ricordano altri, come in un loop spazio-temporale. Da bambino mia madre mi teneva in braccio alla finestra. E mi cantava la filastrocca. Guardavamo le auto passare. Il nostro vicino aveva una 500 nera targata MI A 0… Uno di quei giorni in cui finiti i compiti passavo il pomeriggio ad incollare le figurine panini (non con la coccoina, non sono così  vecchio) e a leggere i fumetti del Comandante Mark. Uno di quei pomeriggi con la chitarra di cartone (era proprio di cartone la mia Melody) con un buco coperto con altro cartone e gli adesivi di Snorky, all’epoca un famoso negozio della città in Via Ripamonti. Ad imparare gli accordi, i giri armonici, sperimentare canzoni, testi improbabili. La prima la dedicai ad una mia compagna di classe di cui ero innamorato.

La registrai su una cassetta e gliela diedi. Non le fece né caldo né freddo. La canzone faceva così [giro di do maggiore, 4/4, circa 100 bpm]

se un giorno tu mi guarderai / negli occhi miei tu vedrai / che cosa io ho per te / ye ye ye ye

ma tu non mi guarderai mai / c’è qualcun altro insieme a te / che non ti fa pensare a me / ye ye ye ye 

quando andando nei prati /mi prendi  la mano soltanto nei sogni

ma i sogni son pochi / li ho tutti finiti / perché non ci sei / ye ye ye /       daccapo one more time…

Oppure è uno di quei giorni in cui sul quaderno auto-costruito con i fogli colorati ci scrivevo le prime poesie o i primi racconti. Poveri quaderni, sono annegati nella cantina dei miei una volta che si ruppe la condotta fognaria. O i giorni passati al telefono, si usava tanto al liceo, chiamare i compagni e le compagne (si può ancora dire compagno?) semplicemente per cazzeggiare. E fuori pioveva. Ciao Ma’, esco. Dove vai con questa pioggia? Un giro. Non aspettatemi per cena. E uscivo, un libro in tasca (Ferlinghetti o Kerouak, di solito) e me ne andavo in un baretto vicino all’università. Ad un tavolo, con davanti un caffé, più spesso un bicchiere di vino. Leggevo e ascoltavo i discorsi degli avventori. Era un bar fuori dalla Milanodabere. Ci venivano il fruttivendolo, qualche altro studente, i sciuri che parlavano in milanese con quelli che parlavano qualche dialetto del sud. Le partite a carte.  Leggevo e ascoltavo. E poi mi intrufolavo a filosofia e seguire qualche lezione, ché giurisprudenza era davvero penosa (salvo rarissime eccezioni) sia per lo studio che per i colleghi, come usava dire.

L’unico posto dove mi piace andare è al parco della Guastalla, d’estate. Prima un giro sulle bancherelle dei libri usati in corso di Porta Vittoria e poi, poco più avanti, il parco. Ascolti i bambini, i ragazzi che giocano e leggi. Alzi gli occhi agli alberi…

E tu, dove sei?

Sono miope ma non metto gli occhiali

E’ così. Bravo ciula, mi vien da dire. Che poi quando vado in giro mi devo avvicinare agli angoli delle strade per leggere i nomi delle vie, perché anche strizzando gli occhi, nisba. E quando sono al computer il naso annusa il monitor. E vedo sempre poco luminoso, leggerissimamente offuscato. Ma va’ che ce li ho gli occhiali, e anche griffati. Uè mica noccioline. E’ che un po’ mi piace pensare che quello che vedo in realta davanti a me è sicuramente migliore di quello che vedo. Non ho le fette di salame sugli occhi. E’ che mi piace strizzare l’occhio alle situazioni, giocarci un po’ anche quando non mi piacciono, vedere, e proprio il caso di dire, se poi quando metto gli occhiali tutto è più bello. Si dice anche che io stia bene con gli occhiali: da brutto divento meno brutto, non che si possa fare molta strada. Ma non basta. Mi sono accorto di essere miope cercando di vedere l’ora sulla sveglia a casa del nonno, quella con la gallina che becca ogni secondo. Non vedevo la gallina, pensavo si fosse stufata e se ne fosse andata. E poi ho pensato che in fondo questa miopia non è così grave. Comunque ci vedo. Come nelle foto ritoccate con l’aura e con gli sbrilluccicamenti, tipo quelle che vedi nelle vetrine dei fotografi. Ecco, cammino per il mondo con l’aura intorno.