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Musica dei giorni e del come diceva Lui “practice, practice, practice”.

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Musica della notte

morbidamente, come in un’alba nuova. in cui si può osservare il salire lentamente del sole, molto lentamente. quasi accarezzandoci con i suoi raggi. e questa carezza sprigiona in noi energia. ma tanta e tale che tutto si accelera come per correre incontro ad un dono.

Afferrato

afferrato per i fianchi tremo. vibro stretto. fiato corto. sospeso. pausa tra un respiro e l’altro. mani sulla schiena e sugli occhi. non ho bisogno di vedere. disegno un cerchio intorno al tuo ombelico e mi ci butto. galleggio e respiro. sornione ti aspetto. una mano dal basso. dietro le ginocchia una lingua. percorro il tuo corpo come cieco che tutto annusa e tutto tocca. sento avvallamenti e sporgenze spigoli e morbidezze. saliva su saliva. calore e piacere che salgono agli occhi ed erompono. mi sveglio. e non so più chi sono. un manichino, un uomo, un fantasma. tremo ancora di piacere e di niente. basta un niente per sprofondare le palpebre in un bicchiere vuoto. basta un niente per risucchiare l’anima dai capelli e dalle tempie. inseguito da me stesso e da nuvole di sesso siedo vuoto. come sacco inutile. un sapore di rame in bocca. e sesso inutilmente pastoso.

Piove piove la…

E’ uno di quei giorni che me ne ricordano altri, come in un loop spazio-temporale. Da bambino mia madre mi teneva in braccio alla finestra. E mi cantava la filastrocca. Guardavamo le auto passare. Il nostro vicino aveva una 500 nera targata MI A 0… Uno di quei giorni in cui finiti i compiti passavo il pomeriggio ad incollare le figurine panini (non con la coccoina, non sono così  vecchio) e a leggere i fumetti del Comandante Mark. Uno di quei pomeriggi con la chitarra di cartone (era proprio di cartone la mia Melody) con un buco coperto con altro cartone e gli adesivi di Snorky, all’epoca un famoso negozio della città in Via Ripamonti. Ad imparare gli accordi, i giri armonici, sperimentare canzoni, testi improbabili. La prima la dedicai ad una mia compagna di classe di cui ero innamorato.

La registrai su una cassetta e gliela diedi. Non le fece né caldo né freddo. La canzone faceva così [giro di do maggiore, 4/4, circa 100 bpm]

se un giorno tu mi guarderai / negli occhi miei tu vedrai / che cosa io ho per te / ye ye ye ye

ma tu non mi guarderai mai / c’è qualcun altro insieme a te / che non ti fa pensare a me / ye ye ye ye 

quando andando nei prati /mi prendi  la mano soltanto nei sogni

ma i sogni son pochi / li ho tutti finiti / perché non ci sei / ye ye ye /       daccapo one more time…

Oppure è uno di quei giorni in cui sul quaderno auto-costruito con i fogli colorati ci scrivevo le prime poesie o i primi racconti. Poveri quaderni, sono annegati nella cantina dei miei una volta che si ruppe la condotta fognaria. O i giorni passati al telefono, si usava tanto al liceo, chiamare i compagni e le compagne (si può ancora dire compagno?) semplicemente per cazzeggiare. E fuori pioveva. Ciao Ma’, esco. Dove vai con questa pioggia? Un giro. Non aspettatemi per cena. E uscivo, un libro in tasca (Ferlinghetti o Kerouak, di solito) e me ne andavo in un baretto vicino all’università. Ad un tavolo, con davanti un caffé, più spesso un bicchiere di vino. Leggevo e ascoltavo i discorsi degli avventori. Era un bar fuori dalla Milanodabere. Ci venivano il fruttivendolo, qualche altro studente, i sciuri che parlavano in milanese con quelli che parlavano qualche dialetto del sud. Le partite a carte.  Leggevo e ascoltavo. E poi mi intrufolavo a filosofia e seguire qualche lezione, ché giurisprudenza era davvero penosa (salvo rarissime eccezioni) sia per lo studio che per i colleghi, come usava dire.

L’unico posto dove mi piace andare è al parco della Guastalla, d’estate. Prima un giro sulle bancherelle dei libri usati in corso di Porta Vittoria e poi, poco più avanti, il parco. Ascolti i bambini, i ragazzi che giocano e leggi. Alzi gli occhi agli alberi…

E tu, dove sei?

Occhi chiusi

Chiudere gli occhi e dormire svegli. Fare, agire, pensare. Tutto ad occhi chiusi. Quando si sa già  ciò  che sta per accadere non ci si sente al meglio. Si attende. Si sa. Saper fare i collegamenti tra accadimenti apparentemente slegati è una sorta di preveggenza. In questo caso non desiderata. Vorrei vivere alla giornata, così come viene. Ma è più forte di me. Il mio neurone sbatte contro le pareti del cranio e collega gatto silvestro alla teoria della relatività , Carmencita Lavazza a James Joyce, John Coltrane alle barche a vela. E ne esce sempre un risultato incredibile. Ma vero. Voglio chiudere gli occhi. Che tanto sono miope e mi servono a poco. Ma quel neurone mi farà  impazzire.

 

Tutto?

Il verde degli alberi, l’essenza del tutto, la mancanza dell’essere, il profondo altissimo, il profumo della pelle, la sostanza di cui siamo fatti. Mi sento blue. E sono blue. E qualche volta tendo al verde come gli alberi.

Cerco di darmi una spiegazione

Alle medie in un tema scrissi che le Brigate Rosse potevano essere equiparate ai Carbonari. Dipendeva dal fatto se avrebbero vinto o no la loro guerra. La professoressa mandò a chiamare subito mia madre… Poi capii che non erano la stessa cosa… (comunque presi un bel voto).

Ora cerco di pensare lateralmente a quanto accade. E, a parte le solite cose della manipolazione, dei fomentatori, degli infiltrati o delle teste di cazzo tout court non c’è molto.

A parte questo: ” Io sono un furfante, non un socialista… Un delinquente, un delinquente. Vi preoccupa chi io sia? Vi dirò subito chi sono, voglio dirvelo: il mio intento è proprio questo. (…) Bisogna che il popolo creda che noi soli sappiamo quello che vogliamo… Noi proclameremo la distruzione… perché quest’idea è così affascinante!… Appiccheremo incendi. Diffonderemo delle leggende… Avrà inizio la sommossa… S’inizierà uno sconquasso quale il mondo non ha mai veduto” [da I Demoni – F. Dostoevskij].

Ovvero il nichilismo. Ma, come lì c’era un’idea, qui ora non c’è niente. Proprio niente. Né analisi, né sintesi. Né pensiero sulle avanguardie. Il nulla assoluto. Come i bambini capricciosi che pestano i piedi e frignano quando sono impediti in qualche loro desiderio.

Il nichilismo, riparato dalle regole della convivenza civile e dalle leggi, è facile. Come fare paracadutismo dal marciapiede.

La prossima volta, chi desidera davvero affrontare il nichilismo che ha in sé, deve assumersi la responsabilità di collocarsi al di fuori di qualsiasi regola. E subirne in toto le conseguenze. L’esilio.

Jus-dicere

Si è si- E no è no. Il giusto dire non esiste. E affettazione di realtà. Il pre-jus-dicere ha ancora meno senso: parlar prima dell’apparizione di un simulacro che, in quanto tale, è lontano dalla carne.

Sono stanco.

 

Dire

Il più bello dei mari
Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l'ho ancora detto.

N. Hikmet


Best 5 – Musica

Da “Alta Fedeltà” in poi, fare le classifiche è diventato un passatempo “cult”. Lo voglio fare anch’io. Semplicissimo: i nostri Best 5 con giustificazione.

1. Lady Madonna (The Beatles, 1968) – Quando è uscita ero piccolissimo. Ho una memoria tramandata. Uno dei miei zii mi racconta che quando metteva questo disco io iniziavo a ballare come un forsennato. Me l’hanno raccontato così tante volte che quasi me lo ricordo davvero.

 

2. So lonely (The Police, 1978) – Semplicemente, il primo disco che ho comprato e suonato fino alla consunzione (del disco e delle orecchie dei miei genitori)

 

3. A love Supreme (John Coltrane, 1964) – Un’illuminazione. Ascoltavo un po’ di jazz degli anni ’20 e ’30, quello “facile”. A casa del mio compagno di banco, in V ginnasio, avevo portato una cassetta rimediata da un amico che lavorava in una radio. Volevo fargli ascoltare quel tipo di musica. Ma lui proprio non aveva voglia. Sentiamo bussare alla porta della cameretta: sua madre con in mano una copia del disco. “Gli anni passano, dice, ma questo resta”. E mi da un bacio. BANG. Folgorazione.

 

4. Tunnel of love (Dire straits, 1980) – Primo concerto rock visto da solo (nel senso che non ero accompagnato da parenti più grandi. Solo con gli amici e le amiche. Il biglietto comprato con i risparmi di qualche mancia. Era il 29 giugno 1981.

 

5. El Pueblo Unido (Inti Illimani, 1970) – La prima occupazione al liceo. Dopo solo 3 giorni di scuola. Qualcuno in palestra accende il radio-registratore a cassette e si sente questa. Indimenticabile. Ogni volta che la sento, mi vengono i brividi.