Posts Tagged ‘ incubi ’

Prove tecniche di sopravvivenza

prova prova. cazzo si sente? beh chissenefrega tanto è solo per me che registro. prova check sa sa sa. ok. dunque. penso di essere seduto un marciapiede. credo. non è che ci veda molto bene ché mi sono prosciugato gli occhi a forza di sfregarmeli. sa sa sa fischia? sentirò dopo. dicevo sono seduto su un marciapiede penso. i jeans bagnati sotto il sedere ché piove. la gente cammina ne vedo i piedi le gambe ma loro non vedono me.  hanno scarpe di tutti i colori  e calze a rete o spesse o chiare o scure di cotone a righe e quadretti. non mi vedono. se allungo una mano non tocco nessuno ché si scansano anche se non mi vedono. avrò un campo energetico da far schifo. o forse perché oggi non mi sono lavato i capelli e mi dicono che sembro beethoven. seh, bethoven! prova prova. spero funzioni stò coso perché poi mi dimentico quello che volevo dire. adesso sta passando un bimbo tutto infagottato. la madre lo tiene per la mano. lui guarda avanti mentre lei gli parla. non capisco cosa dice. ecco. dunque. volevo dire che sono alla ricerca di un kit di sopravvivenza per il cuore e la mente ché la mia osteopata ha detto che ci devo stare attento. ma io non so esattamente come fare. quindi lascio qui questo registratore. chi lo trova e conosce anche un kit di sopravvivenza registri pure qui come si fa e lo rimetta giù. passerò a sentire. se non lo sai, beh, passa oltre e non ti curar di me. hola! sa sa sa avrà registrato?

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Blues delle cose perse

Oh baby baby, ho perso una cosa ma cosa non so, forse una casa o una foto gioiosa.
Oh baby baby, ho perso qualcosa che sapeva di rosa ma un fiore non era.
Oh baby baby, le cose che ho perso son mille e mille e so sempre come riperderle ma mai come ritrovarle.
Oh baby baby, ho perso la capacità  di tenermi le cose e le lascio andare perchè ritornino più grandi così che non le possa perdere più.

 

Luce fioca e silenzio

Rumore

Ho un rumore negli occhi. Non sento niente. Le mani fredde. I piedi immobili. C’è una strada mobile? Ho voglia di urlare. Forte. Forte. Forte. Forte. Forte. Mi senti? Mi sfondo la gola di acuti e bassi ruggenti. Gutturali graffianti. Urlo. Urlo. Urlo. Urlo. Urlo. Urlo. Urlo. E non sento.

Ovunque

La mano sul filo

Quel filo appeso al cielo, proprio in mezzo al cammino, è lì per invogliarti a prenderlo. Che ci sia attaccato un naso o un palloncino, poco importa. Ed è per questo che con noncuranza, mentre continui a camminare superandolo, distendi un braccio in alto e all’indietro. E zac! Resti attaccato. Cosa c’è dall’altra parte? Te lo chiedi e te lo chiederai. Intanto quel filo così sottile e innalzato verso l’infinito ti terrà lagato. Per l’infinito. Per quanti passi potrai fare sarà sempre lì accanto. E poi li accanto o un po’ più avanti, un altro filo. E non ci riesci proprio a passare avanti. Zac! Un altro filo al polso. E poi Zac! Un altro alle gambe, alle mani ai piedi alle spalle al naso alle orecchie… E come un bozzolo resti, ma ancora camminante verso altri fili. Finchè da crisalide…

Mai

C’è una storia che non riesco a scrivere. La mia. Non trovo parole, verbi, tempi. Niente. Un caos ripetitivo e inquietante che si muove nel corpo e lo torce. Non ci riesco proprio. Ci penso sempre e cambiano i modi di pensarla ad ogni istante. Le cose cose che ho fatto non fatto, detto non detto, i dolori che ho provato e provocato. Apparentemente in me c’è calma. Ma questo vulcano dovrà prima o poi eruttare bestemmie e carezze. In ordine sparso. Tre anni che non piango. Gli occhi si bagnano da dentro e scivola dentro un sapore salato che sento in gola. Non scalda. E’ ghiaccio tagliente. Non riesco a scrivere la storia di una vista di faraglione di capri in controluce e di un partenza su un treno triste ancor più di me. Non riesco a scrivere di parole taglienti conficcate nelle mani e nel petto, sanguinanti sempre. Di un abbraccio fermato in un fotogramma nella mia mente. Ma che non esiste più. Mai più esisterà. Perché sono stato io ad interromperlo. E’ un rimpianto? Un rimorso? Non so. Non riesco a scriverne. Non riesco a scrivere di un sorriso illuminante e di una risata buffa. Di parole rancorose e insulti d’amore. Non riesco a scriverne perché ci sono dentro, perché mi attorciglia le budella ogni santo giorno. Mi specchio e vede un altro me. Qualcun altro ha preso la mia vita. Sono stato io. E l’ha stravolta per renderla sua. Sempre io. Non riesco a scrivere del silenzio impostomi. Del fiato trattenuto. Dell’apnea continua che mi consuma la carne. Non riesco. E mai ci riuscirò.

Quando?

Ci sono volte in cui non fai altro che aspettare un quando. Un quando qualsiasi ma che sia segnale di un “altroquando” propulsivo. Proprio di passaggio da uno stato all’altro dell’esistenza o, più timidamente, del quotidiano. E questo quando ha sempre dei colori nuovi. Non riesci a riconoscerlo nemmeno dal suono. E’ sempre diverso. E’ come un marciapiede non visto, che ti fa quasi scivolare, ma ti rimetti subito dritto felice di non essere caduto ed anzi più baldanzoso. E’ un altroquando  con altri profumi, magari gli stessi, forse solo di differente intensità. La cosa che di più ti colpisce di un nuovo quando è il respiro. Il modo in cui respiri è completamento diverso, sembra più ossigenato, le idee più chiare, più vigore nel corpo. E’ un quando che non sai quando. Però.

Nome

Si dice che dare un nome alle cose sia riconoscerle. Com’è allora che pur nominandolo, non si riconosce mai il dolore? E’ sempre nuovo, improvviso, devastante. Con il rischio anche di affezionarcisi. Sindrome di Stoccolma verso se stessi. L’elemento liberatorio qual è? Non è la felicità, né la gioia. Non ne conosco il contrario. Ne conosco solo la sospensione. Come la possibilità di prendere fiato tra un’apnea e l’altra.

Cosa ricordare?

E’ questo il nucleo della giornata della memoria: commemorazione? Rimembranza? Rispetto? Azione?

La vedo più come un’azione quotidiana, quella del ricordo. Fare in modo che le cause future che sarebbero potute essere, non siano mai più. Fare in modo che siano altre, le cause future. A cominciare da ogni giorno.

Non mi riferisco solo all’Olocausto, ma a tutto ciò che non è umano (ma in qualche modo lo è stato) come ha mostrato Paolini ieri sera. In un punto qualsiasi del tempo umano abbiamo abdicato alla memoria ed all’azione che la memoria deve comportare.