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Dell’Amore e della Vita

…“Stai per compiere ottantadue anni. Sei rimpicciolita di sei centimetri, non pesi che quarantacinque chili e sei sempre bella, elegante e desiderabile. Sono cinquantotto anni che viviamo insieme e ti amo più che mai. Porto di nuovo in fondo al petto un vuoto divorante che solo il calore del tuo corpo contro il mio riempie”

E’ una parte della lettera d’amore che André Gorz scrive alla moglie Dorine. Consiglio a tutti di leggerla. Infonde il senso del tutto. Dell’amore, della vita e anche della morte. L’insieme dei sentimenti, dello spazio, dei suoni, del calore, della vitalità, dei pensieri, di tutto ciò che ci rende umani.

Con lei non ho nessuna possibilità” pensò André quando vide Dorine per la prima volta. Infatti Dorine era “bella come un sogno”. Scrive infatti: “Avevi una folta capigliatura rossobruna, la pelle madreperlacea e la voce acuta delle inglesi”. Invece sarà ricambiato e da quel momento, per 58 anni, non si lasceranno più.

Finché hai una musica da suonare…

Mi fermo sempre ad ascoltare i musicisti di strada. Ed oggi ho incontrato lui. Sono rimasto ad ascoltarlo per un bel po’. Due ciacchiere. Posso riprenderti? Prego fai pure, grazie mi dice. Ed io ringrazio lui, materialmente e con lo spirito. Finché abbiamo una musica da suonare il tempo siamo noi.

Andare avanti. E camminando respirare l’indietro. Il cuore consapevole e ad ogni passo un abbraccio. Un pensiero costante che nomina se stesso nell’altro.

Questa mia lingua

impara a dire il silenzio. quello che non si riesce a dire. questa mia lingua e queste mie mani impareranno a rendere di carne le parole. che silenziose nuotano. si tuffano scoppiettando nell’intorno per venirti a cercare. le invio come sonde. antenne d’amore. questa mia lingua non sente sapore se non il tuo. e queste mie mani non percepiscono niente se non la tua pelle. muto e cieco. ma non sordo. il tatto sospeso. tatuo me stesso su una pelle lontana. un disegno sbilenco come la mia faccia. e rosso come le mie parole.

Vicino

a me più di quanto si possa pensare esiste un tempo e uno spazio. che sono Il tempo e Lo spazio. quelli in cui non c’è confine, orizzonte, cielo e terra che siano frammentatori di questa vicinanza. ti sento.sento le risa e il sapore dei tuoi occhi. il suono del tuo corpo e il respiro dei tuoi pensieri. non c’è limite alle possibilità e alle cause future.

Quanti modi

esistono per declinare l’amore? quante parole lo possono materializzare? quanti gesti, baci, carezze, passi, contatti lo possono rendere talmente aereo da spandersi per l’universo? quanti sguardi, orgasmi, braccia, mani, gambe, bocche e lingue lo possono far diventare di carne?

quanti e quali modi e parti di noi, non so. so però da quale parte del cielo si trovano. dalla tua.

L’odore della passione

di questo è intriso la mia pelle. me lo porto addosso. è il tuo. fatto di quella sensazione di naturalezza e di essenza. di compenetrazione anche silenziosa. di visioni di intrecci di mani e gambe. accostando l’orecchio alla mie dita se ne può sentire la voce. come un filo di luce che unisce, oltre i muri e le strade e le porte e le persone. rotolo in me stesso alla ricerca di te. di quanto lasci in me ogni istante. anche quando non ci sei.

Non basta mai

la strada è deserta ed ora non ho paura di pensare. ho una fame di vita che levati. la custodia del sax sembra leggera oggi anche se il fiato che ci ho buttato e le ore passate a fare su e giù con le scale non gli rendono giustizia. lui è me a volte. altre pensa di essere indipendente e mi costringe a emettere suoni che non avevo pensato finché non sono usciti. il bocchino e le ance mi appartengono. tengo loro in bocca come un seno. la lingua picchietta per salire di tono e overtones un po’ gracchianti escono. e sono io. lo stesso urlo dell’amplesso. ma è diverso. suonare non è far l’amore. suonare è un surrogato. non si può sempre sublimare. il desiderio e la passione si trasformano in note ma non completamente. restano l’impronta sulla pelle la bruciatura e le ferite che suonare non può lenire. cazzo aumenta. suonare non è sublimare. è aumentare il desiderio con l’impressione di portarlo a destinazione. suonare è una proiezione. e mio dio quando ci riesco bene proietto davanti l’immagine con la quale voglio stare. può essere delicato o no. dipende da tante cose. ma è. diventa quasi reale. quasi come fare sesso in pubblico. per questo a volte mi vergogno di suonare. mica sono un esibizionista. a due è meglio. ma che ci vuoi fare amico. così è. fammi un blues in minore che mi voglio posare su un ventre che aspetta. e giacere. dove è tutto. dammi la linea di basso che pulsa che io la possa sentire bene e buttarmi tra le pause con una dorica che se mi sentisse ne sarebbe orgogliosa. guardami si sono lacrime. quasi riesco a dire. quasi. salto e mi piego che il corpo agisce e il suono non gli basta.

Tra poco…

…andrò, come suonando. Ché il tempo sincope mi prende. Un balzo, un passo avanti ed uno a lato. Tu prendimi la mano se l’improvvisazione sfiata. Così che possa percorrere ogni tuo passo. Tra poco andrò bluesando, ché quelle note seste, tra le quinte, aprono mondi di lacrime e gioia. Tra poco andrò soffiando, e ad ogni sbuffo di nota corrisponderà un sospiro.

Si?

Parole e pensieri restano appesi alle labbra. Agganciati alla bocca a forma di “o”. Come un orlo senza precipizio. Saprebbero la direzione. Ma il percorso? E’ una questione di spazio. E il desiderio si rende materia.