Ho fiducia nell’umanità, nelle donne e negli uomini che la compongono. Ho appena visto “Vado a scuola”. E’ un film in cui gli attori sono le vere persone della storia. Sono essi stessi. Bambini che per andare a scuola fanno 15/20 km ogni giorno a piedi. In India, Patagonia, Africa. Devono guardarlo gli adulti. E’ per questo che io sono un educatore, perché cerco di capire insieme ai ragazzi “chi sono, da dove vengo, dove voglio andare, come ci voglio andare”. Se ho sempre in mente tutto ciò, il modo lo si trova. Una volta, discutendo con un altro educatore, questi mi contestava il fatto che io dicevo, e dico, ai ragazzi che nulla è impossibile. Ne sono convinto, ancora e ancora e ancora. Vale tutto: essere un musicista, un meccanico, un addetto alle pulizie, un astronauta, purché si sia consapevoli di sé. E soprattuto, consapevoli di sé tra tutti gli altri sé che abitano questo pianeta. Si lo so, potrei passare per un buonista. Ma non lo sono, anzi. Sono una delle persone più stronze del pianeta. Ma ho la consapevolezza di me… e di tutti gli altri, ovunque gli altri siano.

Vado a Scuola – Trailer

La musica di questo post non è mia. E’ la musica che io ritengo la massima espressione dell’uomo con uno strumento musicale.

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Per farla breve, non c’è molto da dire da fare. C’è da essere. Essere umani. Che poi cosa significa? Tutta qui la differenza. Dire ed essere quello che significa per noi. Nominare il nostro essere e poi essere di conseguenza. Nominarlo davvero. Non per convenienza o per ben apparire. Chi sono? Da dove vengo, dove voglio andare? In che modo ci voglio andare. Mi rendo conto che a tutto ciò sottende “il movimento”. Ed io lo chiamo tempo. Lo chiamo una mano che ne prende un’altra mentre sta morendo, mentre non riconosce più il senso del proprio respirare. E ti chiama angelo. Ed io non lo sono. Per nulla. Ma alla richiesta di aiuto, vitale, di senso, di esistenza non posso che rispondere “eccomi”. E alla domanda “sono forse io il custode di mio fratello?” la risposta è sempre la stessa: SI.

Apprezzo la sintesi di un sogno e di un bacio, di una carezza e di un orgasmo. La leggerezza del silenzio, le poche parole e il guardarsi negli occhi con verità. Il si è si e il no è no. Non giurare né spergiurare. Magari promettere e scusarsi se non si riesce a mantenere. Svegliarsi da un sogno e non ricordarsene se non lo si scrive (Freud docet). Ma io scrivo, e voi che leggete anche. Abbiamo memoria, di mente e di pelle. Niente e nessuno ce la può togliere. La memoria di un viaggio in treno, di un hotel, di una spiaggia, di una strada, del silenzio e dell’assenza. La memoria di noi. Di mio padre parkinsoniano che piange quando pensa ai giorni lontano da me e mia sorella bambini. Non ci ha visti crescere: lavoro, lavoro, sempre lavoro per darci un futuro. Lui che veniva dalla guerra e dalla fame. Un piatto in tavola è importante. Quando io dico buon appetito lui risponde sempre “favorisci con me”. Forse è tutto qui il senso: ti do la mia carne, altro non ho. E forse è anche il mio senso, l’eredità di mio padre, anziano e malato: ho solo la mia carne e me stesso, altro non ho. E questo offro, me stesso. Altro non ho.

E non c’è verso né direzione. Una rotazione. Una vite senza fine. Un lineare groviglio di sé. Tutto è contemporaneamente. Anche quello che ancora deve avvenire. E arriva e va, uguale e diversa. Io. Uguale e diverso. Sempre.

Felicità in ricerca, per te si cammina sul fil di lama. E ci si chiede perché. Mille domande e mille passi. E millemila ancora. Tanti quante labbra a bocca agganciati. E cammini, cammini, cammini, ti chiedi, ti chiedi e ti chiedi. Non ci sono sono risposte. Solo la consapevolezza del tutto. Dell’impossibile. Cammini, il sole ti abbaglia, gli occhiali scuri, ti guardi dentro. Vedi te stesso. Nudo. Cammina, hai strada da fare. Non importa quanta, importa che sia la tua. Felicità in ricerca, si cammina, per te si cammina.

La tua schiena, anche senza guardare, riconoscerei dall’odore, dal sapore, dalla consistenza. La tua schiena è la forma dell’amore, del riposo, del desiderio. Abbracciarla, toccarla, percorrerla in punta di lingua. E’ un tango di labbra tra le scapole e i fianchi.

Silenzio. Intenso. Come quando ti guardo mentre ti sono dentro e tu intorno a me. Il respiro. Il battito. Le gocce di noi che si uniscono. E il respirare irrompe. Di più, ancora di più. E Insieme ancora silenzio e un dondolio sincrono. Il tuo essere è l’unico silenzio che sento.

Sognando si crea la vita. Desiderando si da forma. Con l’intenzione si avviano il corpo la mente e il cuore. Con i passi si realizza. Da soli non possiamo niente, tutto deve essere doppio e uguale. Lo stesso sogno, lo stesso desiderio, la stessa intenzione e gli stessi passi. Quando così non è, è come trovarsi immobili al centro di una tempesta. Tutto intorno urla, insieme a te, tutto intorno si strappa e si contorce. Finché i tuoi sogni, i tuoi desideri, la tua intenzione ed i tuoi passi si concentrano a tal punto da avere una massa simile al sole. E aspetti solo di esplodere in una miriade di parti di te.

Anche quando si cammina da soli, apparentemente. Pensiero e Vicinanza Costanti. Presenza. E’ un percorso. Un bisogno. Essere. Di Vita.

Riconoscersi senza guardarsi, semplicemente sfiorandosi. Ogni volta. E’ nella pelle la memoria.

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