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Poi all’improvviso ti prende il blues. Quello che ti mangia le viscere. Un impasto di assenza e presenza, impossibile e infinito. Sangue, carne. Un ammasso di pensieri, desideri, voglie, impulsi, sesso e lussuria. Immagini nitide dei corpi intrecciati ed uno nell’altro, in profondità. E senti gli umori ed hai in bocca il sapore del suo sesso. Ti prende tutto insieme. E tu sei piccolo, hai una chitarra a portata di mano ed un mal di schiena assurdo che neanche con quattro aspirine. Solo, poca luce nella stanza. Fuori è già buio. La nebbia di Milano aiuta. Pensi. Ed entri in un loop che nemmeno il vino riesce ad interrompere. Solo il sonno, forse, se non sogni. Ecco. Questo è il momento. E’ qui la mia voce, quella che mi da il senso della presenza. Ci sono. Sono vivo. Ed improvvisi, provi a fare uscire tutto. E tutto esce. E si materializza li davanti a te. Ancora più potente. Più presente. E si, la musica. Si la musica, ti fa sentire altro. Ti consente di fare un passo diverso. Ma, alla fine, sei sempre tu. Canti, suoni, improvvisi. Metti tutto te stesso nelle cose che fai. Questo è il punto: essere sempre se stessi in ogni cosa, nel bene e nel male. Io ci provo. Ci provo con tutte le mie forze. Ma fa male. Fa male davvero.

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Immagina di essere in riva al mare. Pensieroso, seduto. Fumi una sigaretta. Pensieri si intrecciano. E’ sera. Le volute del fumo rincorrono la luna. Sei seduto su un piccolo scoglio. Solo tu. Cosciente solo di te stesso. Tutt’uno con l’intorno. Un’onda. Immensa. Ti ingloba nel mare. Adesso anche il tuo corpo è tutt’uno con l’intorno. Non hai paura. Respiri. Sei parte e sei tutto. Consapevole, improvvisamente e luminosamente, di essere uno e tutto. Mare, luna, onda, te, suono. Sei l’universo. Si, adesso, lo sai. Non nuoti per uscire. Nuoti per restare, ancora e ancora, all’interno del tutto. E’ questo che, io credo, si debba fare. Esistere per essere parte, e non “a parte”. Come gli abbracci, quelli veri, quelli che inglobano. Io sono te e tu sei me.

Da ascoltare al massimo volume e in loop, quando…

 

Quando non hai più niente da dire e tutte le parole che conosci vorrebbero uscire contemporaneamente e alla rinfusa

Quando tutti i pensieri si addensano e concentrano in unico punto minuscolo e massiccio, così concentrato da pesarti sulle spalle

Quando i tuoi passi si fanno lunghi e lenti ed allo stesso tempo ti sembra di correre come un forsennato e hai il fiato il corto e il cuore nelle orecchie e gli occhi rossi dal dolore ma non dalla fatica

Quando scavi con le unghie dentro di te per ricordarti che sei vivo, che hai tutto e non hai niente, che vedi respiri parli canti balli e sanguini come tutti

Quando c’è ancora un’altra possibilità su tutte le fantastiliarde possibilità che non conosci e pensi che non ce ne siano altre

Quando il fiato corto fa a pugni con le narici dense di quell’odore che conosci bene

Quando ogni foglia fluttuante autunnale è un ricordo e non più un futuro

Quando sai che non hai altro che te

Quando sai di vite più difficili della tua e lotti con la tua superficialità

Quando le parole cattive che hai detto vorresti tornassero indietro

Quando pensi che questo potrebbe essere il tuo ultimo istante

fermati

respira piano

abbracciati

accarezzati

ascoltati

c’è ancora un altro istante

e ancora un altro

e un altro

e un altro ancora…

 

Un pezzo di pane. Questo mi ha chiesto stasera una ragazza. Torno dal lavoro stanco. Mi manca il sugo per la pasta. Riesco e vado al negozio aperto a fino a tardi sotto casa. Davanti, una ragazza sporca e magra. Metto la mano in tasca perché immagino mi chiederà una moneta. Invece mi chiede “Mi compri un pezzo di pane? Ho fame”. Non mi era mai successo che qualcuno mi dicesse, seriamente, dammi da mangiare per favore. Perché me l’ha chiesto per favore e con un filo di voce. Quanto coraggio ci vuole? Tu ce la faresti? Io non lo so. Non oso immaginarlo. Compro una busta di pane, 1 euro. E una confezione di wurstel, un altro euro. Non ha voluto soldi la ragazza, che non mi ha detto il suo nome. Voleva da mangiare. “Grazie” mi ha detto “ho proprio fame”. Per il cibo, per oggi e forse domani, è a posto. E mi chiedo, e per tutto il resto? Per il sostegno, la vicinanza, l’aiuto, un tetto e quando fa freddo? E quando piove? E dove dorme stasera? Si lo so, a Milano di senza casa ce n’è molti. Ma giuro nessuno mai mi aveva chiesto da mangiare. Mi mangia le ossa questa richiesta. Forse adesso ho capito davvero cosa significa “dare da mangiare agli affamati”.

Per questa cosa, non ho musica.

Tutto è contemporaneamente. Maledetto Henry Bergson (“nel nostro io c’è successione senza esteriorità reciproca, fuori dell’io esteriorità reciproca senza successione”). Benedetto Bergson, almeno ho parole per descrivere il mio tempo. L’essere è tutto contemporaneamente: il passato, il presento ed il desiderio di futuro. E ci arrovelliamo, ci incartiamo, sbattiamo contro muri e nuvole. Tutto ciò è molto individualista, parlo solo del Sé, mi rendo conto. Ma altro non c’è. Non esiste il noi, se prima non esiste il Sé. La definizione del Sé traccia i confini dell’esistenza. Voglio essere un’astronauta? No. Voglio essere solo un uomo tra gli uomini. Con tutti i miei pregi (pochi, e non minimizzo) ed i miei tanti difetti. Con il corpo, con il sesso, con i pensieri, desideri, bocca, mani, occhi, silenzi, parole a caso. Mi ricapitano tra le mani vecchi scritti di quando ero molto giovane. Non sono molto cambiato. Ed anche canzoni, di non molto tempo fa. Ed anche qui, non sono molto cambiato. In mezzo c’è storia, eventi, individuali e collettivi, persone non più viste ma da vedere, persone mai incontrate e con la volontà di vedere. Il tempo che mi resta è nettamente inferiore a quello che ho avuto fin’ora. Cosa ne voglio fare? Voglio che non sia sprecato, soprattutto nell’affetto, nell’amore, nel sesso (che seppur non fondamentale, per me è importantissimo, chi sono io per contraddire Freud? sorrido). Voglio che non sia sprecato nelle relazioni: dire si se è si e no se è no, senza paura. Voglio intorno a me esseri umani che non abbiano paura di dire di me quello che pensano, nel bene e nel male (mia sorella mi ha detto qualche giorno fa che sono uno stronzo di merda, e questo fa aumentare la mia stima per lei, non me la sono presa, capisco perché l’ha detto e soprattutto è libera di dirlo tutto le volte che vuole). Ma, in tutta la mia vita, fino a qui, credo di aver capito una sola cosa: abbiamo bisogno di una persona accanto, per me una donna, avvicinandosi alla quale possiamo essere nudi accogliendone la sua nudità. Se la troviamo, sarà per sempre. Qualsiasi cosa accada.

Domanda: che gusto c’è a prendersi gioco di una persona che si fida di chiunque a prescindere? Che gusto c’è a insistere a far male quando l’altra persona ha raggiunto il limite di sopportazione. Un altro colpo e non si rialza più. Che gusto c’è?

Certe volte mi manco. E penso che non ci sia un vero posto per me. Quelle volte che non ti riconosci nemmeno la tua faccia. Altre mi sembra di essere nuovo. Cambi lo sguardo sulle cose… Ma non volevo dire questo. Volevo dire… certe volte mi manco, come adesso. Quando pensi che sia tutto per tutto tranne che per te. Non succede niente di grave o trascendentale. Senti solo una mancanza. Che non è di cose o di persone, ma di te stesso. Come fai a ritrovarti ed abbracciarti quando ti manchi? Fai cose che reputi giuste, credi di non far male a nessuno. Hai pensieri belli, sei ragionevolmente ottimista, nonostante tutto. Eppure, eppure… Fermati. Osservati. E mi viene sempre in mente ciò che don Cece mi ha detto 30 anni fa: “non pensare a cosa vuoi fare nella vita, ma a cosa vuoi farne, della tua vita”. Io risposi “un giardino, voglio essere un giardino”.

E adesso?

dopo il post precedente, chissà… quelli sono i punti che per me sono “PUNTI”. Ci sono altre cose che avrei potuto scrivere, anche molto più tristi e tragiche, davvero tragiche. Ma non avrebbero cambiato di nulla quello che sono. Ed anche cose belle. Bellissime. Accadimenti e incontri che cambiano l’orizzonte della vita. Della Vita. L’incontro con Daniele, con don Cece, con il Cardinale Martini, con il “mio ragazzo” impossibile, quello affogato in un fosso dopo un’overdose. Come faccio a descrivere la tristezza? Come faccio a descrivere la sconfitta di quando ho saputo che Maurizio era morto inalando gas propano a San Vittore per aver rubato un motorino?… Sono svolte. Oltre le quali vedi panorami nuovi, inimmaginati fino ad un istante prima. Ma posso anche descrivere la gioia delle carezze di chi mi conosce dopo aver letto il post precedente.  Il bacio di mia cugina Maria questa mattina: era diverso dal solito. Maria è nata con la risata incorporata, ma gli occhi… quegli occhi…. bisognerebbe vederla… stamattina rideva dicendo “ciao!” e gli occhi dicevano “ti voglio bene”.

E’ la vita. Niente di più e niente di meno. Lo so che sono banale. Sono un maschio 50enne del mondo occidentale con un lavoro sicuro in quanto dipendente pubblico. Guadagno 1.500 euro al mese. Di fame non morirò. Di che mi lamento?

Infatti, non mi lamento. Racconto. Racconto che si può morire di un sacco di altre cose: di indifferenza, di abbandono, di incuria, di malvagità, di egoismo, di dissennatezza.

Il personale è politico. E’ tutto qui il senso. Quello che io penso di me, lo devo pensare anche degli altri. Devo riconoscere a ciascuno degli altri esseri viventi la mia stessa capacità di amare, il mio stesso desiderio di esistere, di desiderare. E, ne sono certo, gli altri, tutti gli altri, ne hanno molto più di me.

E’ il momento di dire. Di dire tutto.

Il mio nome è Elia, ma tutti mi chiamano Elio. A tal punto che anche sui documenti il nome è questo. Questo è il 51esimo anno che respiro. Alto 1 e 80 e peso 73 kg. Sono nato a Milano e ci vivo. Sono figlio di emigranti contadini con la 5^ elementare “saliti al nord” per lavorare. Mio padre ancora si ricorda quando a 20 anni, a Milano nel 1960, sui palazzi c’era scritto “non si affitta ai terroni”. Ci ha messo quindici giorni a trovare una stanza in cui stare, con in tasca 20mila lire. In viale Ungheria, il signor Martino, milanese doc, lo ospita. Dopo il primo mese praticamente lo adotta e non gli fa più pagare la pigione. Andremo a trovarlo ogni sabato pomeriggio fino a che Martino morirà. Sono cresciuto in una famiglia tranquilla. Sono stato abusato da bambino. Non ho mai detto niente a nessuno. Solo ad una persona, finora. Me ne vergognavo. Ma non c’è niente di male a subirlo, il male.  C’è da vergnognarsene quando lo si fa. Ed io me ne ve vergogno del male che ho fatto. Ogni giorno. Ho tradito quella che era mia moglie, perché non l’amavo più. E invece di dirglielo… Me ne vergogno, lei lo sai. Ma credo di star rimediando…

Bravissimo a scuola. Uno dei più bravi. Appassionato di musica. Innamorato della musica fino al parossismo. A 13 anni volevo iscrivermi, ingenuo, al conservatorio. Ma sapevo solo strimpellare la chitarra. Ci sono andato da solo al “Verdi”. Mi hanno detto, gentilissime le segretarie, che avrei dovuto sapere già la musica. Ma come, pensavo, io vengo per impare, se già so la musica che ci vengo a fare al conservatorio?

E allora faccio il classico, con qualche resistenza di mio padre piccolo imprenditore edile che mi voleva geometra. E la scuola mi piaceva da matti. E mi piaceva Elisabetta, che adesso è un importante attrice di teatro e che non ho più visto dalla maturità.

Sono un compagno, come si diceva all’epoca. E tutti questi mutamenti del socialismo io non li capisco. Non capisco la rincorsa al voto. Se una cosa è giusta, è giusta sempre. Non diventa sbagliata perché le persone non la condividono. Ci sono persone che credono che la terra sia piatta, quindi per prendere voti dovrei dirlo anche io?

Dopo la maturità inizio a lavorare come educatore. Non c’erano scuole e università all’epoca. Si prendeva un po’ di tutto da tutte le parti: da don Milani a Steiner, dagli Scout alla Montessori. E sono diventato un educatore “qualificato in servizio”. La mia università è stata il lavoro. E intanto studiavo legge. Ho fatto tutti gli esami e poi, come sempre, per una discussione, ho mandato tutto al diavolo. Ma io volevo e voglio fare l’educatore. Mai occupato di disabilità, ma di promozione dell’agio e del protagonismo giovanile (così si dice, anche se protagonismo ha un altro significato).

Ho lavorato dal 1987 al 2000 come co.co.co., girando molti comuni dell’hinterland. Nell’ultimo, dove ancora lavoro /San Donato Milanese), “la sindaca” dell’epoca decise, unica in Italia, di fare un concorso per due educatori. Io non la conoscevo nemmeno e lavoravo lì da tre anni al Centro Giovani. Il concorso lo vinsi, e con me un’altra bravissima educatrice che adesso continua quello che io non faccio più. Perché ora sono uscito dal Centro Giovani, ormai dal 2010. Mi occupo solo dei grandi (18-25 anni). Associazioni giovanili di tutti i tipi. Uno di questi, ormai 25enne il grande Mister Caos, poeta di strada, mi chiama “sindaco dei giovani” 🙂 Cercatelo su facebook, è davvero bravo.

E nel frattempo mi sono sposato. A lei è stata diagnosticata dopo qualche anno la Sclerosi Multipla, con tutti gli annessi e connessi. Siamo separati, adesso. E’ la mia migliore amica. L’aiuto, la sostengo. Metà del mio stipendio è per lei. La porto alle visite, ci vediamo tutti i giorni, faccio le commissioni. Non siamo insieme e non ci amiamo. Ma ci vogliamo bene. Lei mi chiama angelo. Anche se non me lo merito.

Perseguo l’Amore. La passione. Senza non so stare. Non vivo, senza. Ho avuto un grande amore. Immenso. Quello totale. Non c’è più. Amen.

Non ho abbastanza soldi per avere una casa mia. Praticamente non ho nulla, solo questo pc dal quale sto scrivendo e quasi 10mila libri che brucerò come il commissario di Manuel Vazquez Montalbàn.

Vivo dai miei genitori anziani e malati, nella mia cameretta (triste cosa, vero?). A me pesa. Ma è così, e a meno di vincere al superenalotto, che nemmeno gioco, così resteranno le cose.

Non guido, quindi non ho la macchina. Ma abito a Milano e non mi serve. L’ultima volta che ho guidato è stata quando ho fatto l’esame di guida. Poi è scaduta…

Avevo bisogno di chiudere un cerchio e mi sono iscritto all’università: scienze politiche. Adesso c’è il test d’ingresso. Confesso che temevo di non farcela. Con tutti quei ragazzi e ragazze. Al test ero più anziano anche della professoressa. Sono risultato 50esimo su 400. In effetti le disequazioni di secondo grado non le ricordavo benissimo 😉

Ho già finito di studiare Storia contemporanea e Teoria delle dottrine politiche, mi manca Logica ed il primo trimestre è fatto: voglio finire per il 2020, se sarò ancora vivo 🙂

Ecco, questo sono (più o meno) io. Oltre a tutte le cose che ho scritto in tutti questi anni su questo spazio.

Se devo usare una parola per descrivermi userei la parola “PASSIONE”. Senza questa nulla ha senso. Ma questo è quello che io vedo e sento di me. Di come mi vedono gli altri, posso solo dire che spesso mi dicono “mi fai stare bene”.

Ma io, spesso, non sto bene. Come adesso, mi sento stanco. Per questo ho scritto gli elementi saliente di chi sono, di chi penso di essere. Prima che me ne dimentichi.

Volevo anche ringraziare tutti quelli che passano di qui. Non ne conosco nemmeno uno di persona. Scrivetemi una email se volete parlami. Non rispondo quasi mai ai commenti. Quello che ho da dire, lo dico nei post. Ma se volete parlare con me, scrivetemi. Conosco solo la voce di Bortocal. E prima o poi, caro Mauro, riuscirò a venire a trovarti.

Sono fatto di carne e ossa e vita e sfighe e cose belle e cose brutte. Come tutti.

Vi lascio qui una mia foto di giugno (per i curiosi) e la mia musica. Che per quanto insulsa, è comunque la mia.

Vi abbraccio tutti.

elia 2017

Ho fiducia nell’umanità, nelle donne e negli uomini che la compongono. Ho appena visto “Vado a scuola”. E’ un film in cui gli attori sono le vere persone della storia. Sono essi stessi. Bambini che per andare a scuola fanno 15/20 km ogni giorno a piedi. In India, Patagonia, Africa. Devono guardarlo gli adulti. E’ per questo che io sono un educatore, perché cerco di capire insieme ai ragazzi “chi sono, da dove vengo, dove voglio andare, come ci voglio andare”. Se ho sempre in mente tutto ciò, il modo lo si trova. Una volta, discutendo con un altro educatore, questi mi contestava il fatto che io dicevo, e dico, ai ragazzi che nulla è impossibile. Ne sono convinto, ancora e ancora e ancora. Vale tutto: essere un musicista, un meccanico, un addetto alle pulizie, un astronauta, purché si sia consapevoli di sé. E soprattuto, consapevoli di sé tra tutti gli altri sé che abitano questo pianeta. Si lo so, potrei passare per un buonista. Ma non lo sono, anzi. Sono una delle persone più stronze del pianeta. Ma ho la consapevolezza di me… e di tutti gli altri, ovunque gli altri siano.

Vado a Scuola – Trailer

La musica di questo post non è mia. E’ la musica che io ritengo la massima espressione dell’uomo con uno strumento musicale.