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Le cose più vecchie sono quelle con le quali si deve fare i conti. Quelle che non dimentichi, quelle a cui ti affezioni anche se fanno male. Sono la partita di pallone ai giardinetti in pendenza finita 10 a 9 chi segna l’ultimo vince. Sono quelle cose che tieni nelle tasche delle giacche e che riscopri improvvisamente ad ogni cambio di stagione. E’ la biro che non scrive e l’accendino senza gas. E’ uno dei miei ragazzi che incontro per caso dopo più di dieci anni e ti dice cavolo sei uguale! E’ il pensiero che va da Kuflon, il primo, all’ultimo. Le cose più vecchie sono quelle che ti hanno formato, sono quelle che qualsiasi cosa accada da quelle non si retrocede. Sono i principi. Sono le scelte. Sono tutto.

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Quanto è “abbastanza”? Come da qui a per sempre? Come da lì alla luna? O come da zero a zero. Cosa significa? Vivo abbastanza? Dormo abbastanza? Amo abbastanza? Sono amato abbastanza? Per cosa? Per chi? Perché. E’ un infame traditore l’abbastanza. Nasconde nelle sue lettere il tutto e il niente. Ed è il tutto e il niente. Niente è relativo come l’abbastanza. Zero è più consono. Come il mai. E’ una bugia nascosta che prima o poi diventa evidente. E giustifica. “Te l’avevo detto che non era abbastanza”. Si ma, abbastanza quanto? Mendicanti di abbastanza, siamo.

Si vabbé, si fa filosofia, ma è della tua carne che ho fame. Di ogni angolo, curva, insenatura, cellula. Qualsiasi umore, suono, gemito. Non è bestiale. E’ umano. E’ di più. E’ la ricerca assoluta dell’unione della carne e delle mente. Un orgasmo in due. A me piace sentire godere. Ne godo. I corpi intrecciati. I pensieri unici. In un solo momento secoli di parole concentrati in una unione perfetta. Ed il silenzio e l’ansimare. Non c’è altro. Niente esiste oltre questo momento. Se trovi l’unione perfetta non hai altro dietro cui vagare. Certo, poi c’è la vita di tutti i giorni, il lavoro, le menate, i problemi, le malattie. Ma sono nulla se hai l’unione. Se hai accanto a te la carne ed i pensieri che hai sempre cercato. Da sempre e per sempre. Credo che ci nasciamo con quel desiderio, quella missione suprema: trovare la persona con cui siamo uno. La stessa carne, lo stesso orgasmo, lo stesso pensiero, la stessa missione di vita, ognuno con le sue specificità e diversità. Ma uno.

il video di youtube è stato rimosso perché c’erano foto di nudi artistici di grandi fotografi. perbenismo da 4 soldi. comunque la musica eccola qui. scusate.

e.

Senza aver paura di andare a fondo. In fondo. Non c’è niente di male. Riconoscere a se stessi la possibilità di sprofondare. E’ essenziale. Come la possibilità di volare. Non c’è negatività. E’ uno stato della vita, una delle tante possibilità. Seguire la strada, la via. Non è necessario essere sempre up, fighi, sul pezzo. Ci si deve dare lo spazio e il tempo di andare in fondo a se stessi, vedere qual è il limite della sopportazione e della disperazione. E da li poi rinnovare il proprio di stato di grazia. Perchè ognuno di noi ha il suo stato di grazia, quel grado di gioia, serenità e felicità in cui tutto combacia ed è perfetto. Così come esiste quello stato in cui l’infinito ci sembra una caduta libera senza soluzione di continuità.

Poi all’improvviso ti prende il blues. Quello che ti mangia le viscere. Un impasto di assenza e presenza, impossibile e infinito. Sangue, carne. Un ammasso di pensieri, desideri, voglie, impulsi, sesso e lussuria. Immagini nitide dei corpi intrecciati ed uno nell’altro, in profondità. E senti gli umori ed hai in bocca il sapore del suo sesso. Ti prende tutto insieme. E tu sei piccolo, hai una chitarra a portata di mano ed un mal di schiena assurdo che neanche con quattro aspirine. Solo, poca luce nella stanza. Fuori è già buio. La nebbia di Milano aiuta. Pensi. Ed entri in un loop che nemmeno il vino riesce ad interrompere. Solo il sonno, forse, se non sogni. Ecco. Questo è il momento. E’ qui la mia voce, quella che mi da il senso della presenza. Ci sono. Sono vivo. Ed improvvisi, provi a fare uscire tutto. E tutto esce. E si materializza li davanti a te. Ancora più potente. Più presente. E si, la musica. Si la musica, ti fa sentire altro. Ti consente di fare un passo diverso. Ma, alla fine, sei sempre tu. Canti, suoni, improvvisi. Metti tutto te stesso nelle cose che fai. Questo è il punto: essere sempre se stessi in ogni cosa, nel bene e nel male. Io ci provo. Ci provo con tutte le mie forze. Ma fa male. Fa male davvero.

Immagina di essere in riva al mare. Pensieroso, seduto. Fumi una sigaretta. Pensieri si intrecciano. E’ sera. Le volute del fumo rincorrono la luna. Sei seduto su un piccolo scoglio. Solo tu. Cosciente solo di te stesso. Tutt’uno con l’intorno. Un’onda. Immensa. Ti ingloba nel mare. Adesso anche il tuo corpo è tutt’uno con l’intorno. Non hai paura. Respiri. Sei parte e sei tutto. Consapevole, improvvisamente e luminosamente, di essere uno e tutto. Mare, luna, onda, te, suono. Sei l’universo. Si, adesso, lo sai. Non nuoti per uscire. Nuoti per restare, ancora e ancora, all’interno del tutto. E’ questo che, io credo, si debba fare. Esistere per essere parte, e non “a parte”. Come gli abbracci, quelli veri, quelli che inglobano. Io sono te e tu sei me.

Da ascoltare al massimo volume e in loop, quando…

 

Quando non hai più niente da dire e tutte le parole che conosci vorrebbero uscire contemporaneamente e alla rinfusa

Quando tutti i pensieri si addensano e concentrano in unico punto minuscolo e massiccio, così concentrato da pesarti sulle spalle

Quando i tuoi passi si fanno lunghi e lenti ed allo stesso tempo ti sembra di correre come un forsennato e hai il fiato il corto e il cuore nelle orecchie e gli occhi rossi dal dolore ma non dalla fatica

Quando scavi con le unghie dentro di te per ricordarti che sei vivo, che hai tutto e non hai niente, che vedi respiri parli canti balli e sanguini come tutti

Quando c’è ancora un’altra possibilità su tutte le fantastiliarde possibilità che non conosci e pensi che non ce ne siano altre

Quando il fiato corto fa a pugni con le narici dense di quell’odore che conosci bene

Quando ogni foglia fluttuante autunnale è un ricordo e non più un futuro

Quando sai che non hai altro che te

Quando sai di vite più difficili della tua e lotti con la tua superficialità

Quando le parole cattive che hai detto vorresti tornassero indietro

Quando pensi che questo potrebbe essere il tuo ultimo istante

fermati

respira piano

abbracciati

accarezzati

ascoltati

c’è ancora un altro istante

e ancora un altro

e un altro

e un altro ancora…

 

Un pezzo di pane. Questo mi ha chiesto stasera una ragazza. Torno dal lavoro stanco. Mi manca il sugo per la pasta. Riesco e vado al negozio aperto a fino a tardi sotto casa. Davanti, una ragazza sporca e magra. Metto la mano in tasca perché immagino mi chiederà una moneta. Invece mi chiede “Mi compri un pezzo di pane? Ho fame”. Non mi era mai successo che qualcuno mi dicesse, seriamente, dammi da mangiare per favore. Perché me l’ha chiesto per favore e con un filo di voce. Quanto coraggio ci vuole? Tu ce la faresti? Io non lo so. Non oso immaginarlo. Compro una busta di pane, 1 euro. E una confezione di wurstel, un altro euro. Non ha voluto soldi la ragazza, che non mi ha detto il suo nome. Voleva da mangiare. “Grazie” mi ha detto “ho proprio fame”. Per il cibo, per oggi e forse domani, è a posto. E mi chiedo, e per tutto il resto? Per il sostegno, la vicinanza, l’aiuto, un tetto e quando fa freddo? E quando piove? E dove dorme stasera? Si lo so, a Milano di senza casa ce n’è molti. Ma giuro nessuno mai mi aveva chiesto da mangiare. Mi mangia le ossa questa richiesta. Forse adesso ho capito davvero cosa significa “dare da mangiare agli affamati”.

Per questa cosa, non ho musica.

Tutto è contemporaneamente. Maledetto Henry Bergson (“nel nostro io c’è successione senza esteriorità reciproca, fuori dell’io esteriorità reciproca senza successione”). Benedetto Bergson, almeno ho parole per descrivere il mio tempo. L’essere è tutto contemporaneamente: il passato, il presento ed il desiderio di futuro. E ci arrovelliamo, ci incartiamo, sbattiamo contro muri e nuvole. Tutto ciò è molto individualista, parlo solo del Sé, mi rendo conto. Ma altro non c’è. Non esiste il noi, se prima non esiste il Sé. La definizione del Sé traccia i confini dell’esistenza. Voglio essere un’astronauta? No. Voglio essere solo un uomo tra gli uomini. Con tutti i miei pregi (pochi, e non minimizzo) ed i miei tanti difetti. Con il corpo, con il sesso, con i pensieri, desideri, bocca, mani, occhi, silenzi, parole a caso. Mi ricapitano tra le mani vecchi scritti di quando ero molto giovane. Non sono molto cambiato. Ed anche canzoni, di non molto tempo fa. Ed anche qui, non sono molto cambiato. In mezzo c’è storia, eventi, individuali e collettivi, persone non più viste ma da vedere, persone mai incontrate e con la volontà di vedere. Il tempo che mi resta è nettamente inferiore a quello che ho avuto fin’ora. Cosa ne voglio fare? Voglio che non sia sprecato, soprattutto nell’affetto, nell’amore, nel sesso (che seppur non fondamentale, per me è importantissimo, chi sono io per contraddire Freud? sorrido). Voglio che non sia sprecato nelle relazioni: dire si se è si e no se è no, senza paura. Voglio intorno a me esseri umani che non abbiano paura di dire di me quello che pensano, nel bene e nel male (mia sorella mi ha detto qualche giorno fa che sono uno stronzo di merda, e questo fa aumentare la mia stima per lei, non me la sono presa, capisco perché l’ha detto e soprattutto è libera di dirlo tutto le volte che vuole). Ma, in tutta la mia vita, fino a qui, credo di aver capito una sola cosa: abbiamo bisogno di una persona accanto, per me una donna, avvicinandosi alla quale possiamo essere nudi accogliendone la sua nudità. Se la troviamo, sarà per sempre. Qualsiasi cosa accada.

Domanda: che gusto c’è a prendersi gioco di una persona che si fida di chiunque a prescindere? Che gusto c’è a insistere a far male quando l’altra persona ha raggiunto il limite di sopportazione. Un altro colpo e non si rialza più. Che gusto c’è?