La mia canzone dell’estate – Folco Orselli in “Paolo Sarpi Blues”.

 

Per chi non sa il milanese, amen. La musica è bellissima. Ricongiunge con se stessi e con la vita. tenchiùverimac Folco!.

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Oggi è un anno. Da quando due miei amici e colleghi sono morti. In ufficio Uno ha sparato all’Altro e poi si è suicidato. E oggi come allora mi prende tutti i pensieri e la carne. Magari se lo scrivo il respiro riprende regolare. Sono stato un’ora sulla panchina davanti al palazzo. Ho incontrato solo una persona. E pensavo al tempo. Che non torna. A coloro ai quali il tempo si è interrotto. Non posso fare niente per loro. Non più. Questo mi manda in loop. E mi porta a riflettere su tutte quelle volte che diciamo “non ho tempo”, “ho solo un paio di minuti, dimmi”, “posso dedicarti un pezzetto del mio tempo poi ho altro da fare”. Forse questo lo si può fare: dare tutto il tempo che si ha, fino all’ultimo respiro, a chi il tuo tempo chiede. Perché c’è solo questo. Non ce n’è altro.

Ognuno di noi ha incontrato una iena nella sua vita. Quell’elemento piccolo borghese, che adesso chiameremmo hater. Con la visuale così concentrata sul proprio ombelico che non vede nemmeno un filo d’erba, un raggio di sole, una mano tesa. Per tutte quelle iene, persone insignificanti, se non per loro stesse e per il loro piccolo cerchio di conoscenze, non conosco altro che l’indifferenza. Ma siccome credo nell’umanità, nell’essere uomini e donne che creano vita, penso anche che ci possa sempre essere un’altra possibilità. Infinite possibilità. Ma non con noi. “Chi uccide poi non vuol morire”.

 

 

io sono. me ne stavo dimenticando. mi chiedo a volte se pensiamo che siamo. o semplicemente esistiamo. presi da non si sa che, dimentichiamo di essere noi. da dove veniamo, cosa ci ha resi così e dove vogliamo andare. come vogliamo essere. è fondamentale. non dobbiamo mai dimenticarcene, in salute e malattia. il primo matrimonio è con noi stessi. dimenticandocene, scompariamo. non rinnego me, mai. mi sono scelto. mi sono pensato, mi sono creato. mi hanno generato mio padre e mia madre, ma io mi sono creato, a partire da quello che loro sono. a partire dalla terra che loro hanno lavorato, dalle loro parole e dai loro pensieri e dalle loro azioni. io sono elia/elio. e tu chi sei? cosa vuoi, dove vai? da dove vieni? mai dimenticarlo. l’ho detto per anni alle mie ragazze e ai miei ragazzi. io sono elia/elio, un educatore, figlio di proletari e proletario (ma senza prole) a mia volta. cerco la semplicità e la condivisione. e suono e canto. tutto qui.

eccomi, sono io. è una foto di un anno fa. ma sono ancora così. sono sempre stato così.

ammesso che a qualcuno importi. amen.

stavo giocando con la chitarra…. e mi è venuta in mente questa canzone di cui non ricordavo bene le parole…. in ogni caso, sono io. sempre io. dovremmo essere sempre noi. e non dimenticarcene mai.

Quella sensazione di disintegrazione imminente. Forse il prossimo passo, il prossimo respiro. Eccola, arriva la dispersione del sé e del proprio corpo. Sparpagliato per l’universo, senza pensieri, senza parole, senza vestiti, senza ricchezze né povertà. Senza niente. Esplosi, inesistenti, mai esistiti. Il timore di far esplodere/implodere altri insieme a se stessi. Allontanatevi! Sto cadendo! Via, Via! Che la mia rovina sia solo mia! Sotto un ponte. Sulla strada. In nessun posto. In nessun tempo. Sono esistito, già.

Vorrei addormentarmi e risvegliarmi in un tempo indefinito. In un giorno di pioggia di inizio primavera, quando la pioggia è appena finita e spunta l’arcobaleno. Quando pensi ancora, per la miliardesima volta, che tutto sia possibile. Ecco. E’ questo il punto. Sono all’inizio, o nel mezzo ancora non so, del percorso in cui sai che non è più così. Che non è più tutto possibile. Quando sai che il muro esiste. Il muro delle possibilità. Esistono le cose ed i percorsi plausibili e le cose ed i percorsi impossibili. E riguarda tutto: dal fare la spesa alla guerra, dall’amore alle lampadine da cambiare, dal sesso alla cosmogonia al suonare l’ukulele. Io mi fermo qui. Non vedo sviluppi, percorsi, “magnifiche sorti e progressive”. Ho collaborato ad attivare giovani vite, ho provato ad insegnare che si può volare. Qualcuno me lo ricorda e lo ha fatto e mi ringrazia, mi chiama “casa”. E adesso sono io, meno che bambino, a chiedere “da che parte devo andare?” “dove devo andare?”. Devo? Voglio? Cos’è tutto ciò, sintomo di debolezza o di forza? Continuare a chiedersi da dove vengo, dove vado e come ci voglio andare. Solo una cosa so, ed è sempre la stessa (e già detta): voglio essere un giardino. Un posto e un tempo dove è bello stare. Fermarsi a parlare. Però, io non so dove andare, cosa fare. Cosa me ne faccio dei miei pensieri, delle mie cose, della mia musica, del mio senso di giustizia, della mia stronzaggine. Che pizza che sono! Meno male che non rompo i coglioni alla gente, non peso, non credo di pesare. Va tutto bene. Si può superare tutto: quando hai visto tuo padre spaccare i denti a tua madre e poi trenta anni dopo tua madre a 70 anni provare a sollevare tuo padre da terra malato, allora hai visto tutto. Hai visto il senso, il perdono, la via, il perché il come. E, come uno dei figli di Noè, quando hai sollevato tuo padre ubriaco dai gradini, allora sai. Sai che alla fine è solo una storia di uomini e donne. Di uomini e donne bombardate da armi che valgono come il pil del nazioni sulle quali si abbattono e di uomini e donne che devono arrivare alla fine del mese nel primo mondo. Che, esauriti dalla complessità, non sanno cosa fare e uccidono ciò che amano. Non giudico. Non giudichiamo. Non ne abbiamo il diritto e nemmeno la capacità. Siamo tutti poco meno che fango. Io lo sono. Vabbè, vi saluto tutti cari miei. Non ho più niente da dire. Quello che ho scritto resta qui. Non cancello, non rinnego. E’ tutto vero. Ero e sono uno come tanti. Auguro a chiunque passi di qua il meglio di quanto si possa desiderare. Noi siamo suoni e passioni. Non c’è altro. Non c’è davvero altro. Ognuno di noi sia la sua musica e tutto ciò che desidera. Per il resto, continuerò a comportarmi nel modo più corretto che conosco, senza ferire, senza togliere vita ed energia al prossimo. Con tutta la vita che ho.

p.s. La suono anche io, ma non così bene 🙂

 

Ciao.

 

Elia

Invarianti nel profondo. Come quando siamo nati. Qualsiasi cosa accada. Dal primo rigurgito di placenta all’ultimo respiro. Pesci rossi nella nostra bolla. Rompere. Come si fa? Si può? Disegna, parla, pensa. E poi ancora. E ancora, fino all’ultimo tratto. Fino a che hai coscienza e poi sparisci. Lascia. Lascia andare. Lasciati andare. Non tenerti. Non ancorarti. Non resistere. Resisti. Riesisti. Rinnova. Respira. E respira. Respira. E respira…

Capitano periodi in cui il corpo non ti segue.Se poi questi periodi si allungano ti preoccupi perché a 52 anni sai che ormai i 2/3 della tua esistenza sono passati. Poi succede che passa, forse era solo stress, qualcosa che covava sotto da qualche parte inespressa, oppure un avviso di qualcosa che verrà. Ma non si può continuare a preoccuparsene perché sennò si smette di vivere. Sto cercando di riappropriami del mio senso, venendo a patti con il mio corpo. E mi sono accorto che sono diventato insofferente ai pressapochismi, alle parole sbagliate, ai giochi dialettici e alle menzogne. Resto calmo, ma intervengo. Spero di non diventare un vecchio petulante. So cosa voglio e come lo voglio. Con uno zoom cinematografico all’indietro a volte riesco a guardare l’intorno e non solo i dettagli. I dettagli sono fuorvianti. Si, sto invecchiando. La consapevolezza della propria limitatezza (enorme limitatezza) per me è una novità. Ciò che resta senza limiti è l’amore che so dare. E, alla fine, di me non resterà nient’altro.

Le cose più vecchie sono quelle con le quali si deve fare i conti. Quelle che non dimentichi, quelle a cui ti affezioni anche se fanno male. Sono la partita di pallone ai giardinetti in pendenza finita 10 a 9 chi segna l’ultimo vince. Sono quelle cose che tieni nelle tasche delle giacche e che riscopri improvvisamente ad ogni cambio di stagione. E’ la biro che non scrive e l’accendino senza gas. E’ uno dei miei ragazzi che incontro per caso dopo più di dieci anni e ti dice cavolo sei uguale! E’ il pensiero che va da Kuflon, il primo, all’ultimo. Le cose più vecchie sono quelle che ti hanno formato, sono quelle che qualsiasi cosa accada da quelle non si retrocede. Sono i principi. Sono le scelte. Sono tutto.

Quanto è “abbastanza”? Come da qui a per sempre? Come da lì alla luna? O come da zero a zero. Cosa significa? Vivo abbastanza? Dormo abbastanza? Amo abbastanza? Sono amato abbastanza? Per cosa? Per chi? Perché. E’ un infame traditore l’abbastanza. Nasconde nelle sue lettere il tutto e il niente. Ed è il tutto e il niente. Niente è relativo come l’abbastanza. Zero è più consono. Come il mai. E’ una bugia nascosta che prima o poi diventa evidente. E giustifica. “Te l’avevo detto che non era abbastanza”. Si ma, abbastanza quanto? Mendicanti di abbastanza, siamo.

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