Niente √® per sempre ma alcune cose tendono all’infinito…

p.s. sono io mentre osservo Venere ūüėČ

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Spero che la maggior parte di chi legge abbia una vita serena, appagante, senza grandi preoccupazioni se non quelle tipiche della vita. So per√≤ che la gran parte non ce l’ha. Problemi di soldi, di salute, almeno in questa parte di mondo, la fanno da padroni. In altre parti manca l’essenziale, ovvero manca tutto. Manca la possibilit√† di esistere. Non √® che si possa pensare che se altrove e altri stanno malissimo, allora non ci possa preoccupare della propria condizione. Solo penso che della propria condizione bisognerebbe avere nozione. Contestualizzare. E non dimenticare tutti gli altri, portarli con s√© e fare quello che si pu√≤, sempre e comunque. Scappi da qualcosa che ti terrorizza? Vieni qui, quello che ho lo condivido. Sempre. E se non ho niente, ti do il mio corpo o la mia voce i miei pensieri. Devo ricordarmi di portare una coperta ad una ragazza incontrata ad un semaforo. “Inizia a fare freddo la notte” dice. Fa sempre pi√Ļ freddo qui. Sembra quasi non ci sia pi√Ļ speranza per nessuno. Ma da qualche parte adesso sta nascendo un Esbjorn Svensson, un Mozart con la sua Sinfonia 41 o un Beethoven la sua sonata op. 111, che contiene ragtime alla fine del secondo movimento 100 anni prima. Stanno nascendo visionari ovunque. E’ sempre successo. E sempre succeder√† finch√© nasceranno bambini. Ovunque nel mondo. In questa parte di mondo dove la preoccupazione sono i debiti ed i problemi di salute vissuti in solitudine. La sofferenza fisica √® vita. Prima o poi capita a tutti. Tutti gli altri tipi di sofferenza sono evitabili, con l’aiuto di tutti. Io non so come si fa. Ed ogni giorno provo ad imparare come alleviare la sofferenza altrui. Anzi, un modo lo conosco: dare sempre tutto quello che si ha e che si √®. Se qualcuno conosce un altro modo…

io ci credo.

tutto questo è banale, lo so. Ma ogni tanto le banalità vanno sottolineate, secondo me.

non parlo apposta di politica, anzi ne parlo sempre. Ma non parlo di partiti e cose del genere. Semplicemente perché quello che penso si dovrebbe capire da quello che scrivo.

Ma la gente, qui, stava uguale anche durante le guerre mondiali, la breccia di Port Pia, le cinque giornate di Milano, la Rivoluzione Francese, ai tempi degli Sforza e ancora pi√Ļ indietro. Parafrasando Brecht e il Cipputi di Altan, chi ha l’ombrello dove non batte il sole sono sempre gli stessi.

Con tutto quello che succede nel paese, il tribalismo, l’infantilismo, l’analfabetismo, sembra quasi che l’essere umano abbia perso ogni significato. Giochiamo a biglie, settenni, e se perdo ti tiro un pugno, cos√¨, per frustrazione. Ma la colpa √® del vento, o della pioggia, o del sole negli occhi. Ma tu lo sai che stai barando. Che stai creando rissa cos√¨ tanto per fare. Per distogliere l’attenzione e intanto rubare. Io non mi ci riconosco in questo andare collettivo che usa le mie stesse parole ma non parla la mia lingua. Non ho le stesse radici, non la stessa storia, non la stessa cultura. E non parlo di Italia (troppo piccola). Parlo di mondo. Se fosse stata come appare essere ora, ci saremmo estinti millenni fa. Le differenze, a cercarle, sono infinite: il colore della pelle, degli occhi, il numero di nei, la lunghezza delle dita, il numero di capelli. Si, siamo tutti diversi, VivaDDio! E questa diversit√† √® la nostra cifra. Tutto il resto √® meschinit√† o, come diceva il Guicciardini (giuro non √® una parolaccia) il “proprio particulare”. Il proprio ombelico. Voglio andare a Cuba, sdraiarmi su una spiaggia al sole e ascoltare musica fino a non poterne pi√Ļ (impossibile) e poi alzarmi e ballare e suonare. Siamo fatti per questo. Non per altro. Nonostante le menate del quotidiano, nonostante le leggi, i confini, i mari e le pianure, nonostante i colori, i sapori, gli odori differenti. Siamo fatti per essere musica. Tutte le lingue della musica.

 

ascolta e guarda, e poi dimmi che differenza c’√®. come si fa a non alzarsi a ballare e urlare e abbracciare chiunque ti capiti a tiro. hugs, my friend.

La mia canzone dell’estate – Folco Orselli in “Paolo Sarpi Blues”.

 

Per chi non sa il milanese, amen. La musica √® bellissima. Ricongiunge con se stessi e con la vita. tenchi√Ļverimac Folco!.

Oggi √® un anno. Da quando due miei amici e colleghi sono morti. In ufficio Uno ha sparato all’Altro e poi si √® suicidato. E oggi come allora mi prende tutti i pensieri e la carne. Magari se lo scrivo il respiro riprende regolare. Sono stato un’ora sulla panchina davanti al palazzo. Ho incontrato solo una persona. E pensavo al tempo. Che non torna. A coloro ai quali il tempo si √® interrotto. Non posso fare niente per loro. Non pi√Ļ. Questo mi manda in loop. E mi porta a riflettere su tutte quelle volte che diciamo “non ho tempo”, “ho solo un paio di minuti, dimmi”, “posso dedicarti un pezzetto del mio tempo poi ho altro da fare”. Forse questo lo si pu√≤ fare: dare tutto il tempo che si ha, fino all’ultimo respiro, a chi il tuo tempo chiede. Perch√© c’√® solo questo. Non ce n’√® altro.

Ognuno di noi ha incontrato una iena nella sua vita. Quell’elemento piccolo borghese, che adesso chiameremmo hater. Con la visuale cos√¨ concentrata sul proprio ombelico che non vede nemmeno un filo d’erba, un raggio di sole, una mano tesa. Per tutte quelle iene, persone insignificanti, se non per loro stesse e per il loro piccolo cerchio di conoscenze, non conosco altro che l’indifferenza. Ma siccome credo nell’umanit√†, nell’essere uomini e donne che creano vita, penso anche che ci possa sempre essere un’altra possibilit√†. Infinite possibilit√†. Ma non con noi. “Chi uccide poi non vuol morire”.

 

 

io sono. me ne stavo dimenticando. mi chiedo a volte se pensiamo che siamo. o semplicemente esistiamo. presi da non si sa che, dimentichiamo di essere noi. da dove veniamo, cosa ci ha resi cos√¨ e dove vogliamo andare. come vogliamo essere. √® fondamentale. non dobbiamo mai dimenticarcene, in salute e malattia. il primo matrimonio √® con noi stessi. dimenticandocene, scompariamo. non rinnego me, mai. mi sono scelto. mi sono pensato, mi sono creato. mi hanno generato mio padre e mia madre, ma io mi sono creato, a partire da quello che loro sono. a partire dalla terra che loro hanno lavorato, dalle loro parole e dai loro pensieri e dalle loro azioni. io sono elia/elio. e tu chi sei? cosa vuoi, dove vai? da dove vieni? mai dimenticarlo. l’ho detto per anni alle mie ragazze e ai miei ragazzi. io sono elia/elio, un educatore, figlio di proletari e proletario (ma senza prole) a mia volta. cerco la semplicit√† e la condivisione. e suono e canto. tutto qui.

eccomi, sono io. è una foto di un anno fa. ma sono ancora così. sono sempre stato così.

ammesso che a qualcuno importi. amen.

stavo giocando con la chitarra…. e mi √® venuta in mente questa canzone di cui non ricordavo bene le parole…. in ogni caso, sono io. sempre io. dovremmo essere sempre noi. e non dimenticarcene mai.

Quella sensazione di disintegrazione imminente. Forse il prossimo passo, il prossimo respiro. Eccola, arriva la dispersione del s√© e del proprio corpo. Sparpagliato per l’universo, senza pensieri, senza parole, senza vestiti, senza ricchezze n√© povert√†. Senza niente. Esplosi, inesistenti, mai esistiti. Il timore di far esplodere/implodere altri insieme a se stessi. Allontanatevi! Sto cadendo! Via, Via! Che la mia rovina sia solo mia! Sotto un ponte. Sulla strada. In nessun posto. In nessun tempo. Sono esistito, gi√†.

Vorrei addormentarmi e risvegliarmi in un tempo indefinito. In un giorno di pioggia di inizio primavera, quando la pioggia √® appena finita e spunta l’arcobaleno. Quando pensi ancora, per la miliardesima volta, che tutto sia possibile. Ecco. E’ questo il punto. Sono all’inizio, o nel mezzo ancora non so, del percorso in cui sai che non √® pi√Ļ cos√¨. Che non √® pi√Ļ tutto possibile. Quando sai che il muro esiste. Il muro delle possibilit√†. Esistono le cose ed i percorsi plausibili e le cose ed i percorsi impossibili. E riguarda tutto: dal fare la spesa alla guerra, dall’amore alle lampadine da cambiare, dal sesso alla cosmogonia al suonare l’ukulele. Io mi fermo qui. Non vedo sviluppi, percorsi, “magnifiche sorti e progressive”. Ho collaborato ad attivare giovani vite, ho provato ad insegnare che si pu√≤ volare. Qualcuno me lo ricorda e lo ha fatto e mi ringrazia, mi chiama “casa”. E adesso sono io, meno che bambino, a chiedere “da che parte devo andare?” “dove devo andare?”. Devo? Voglio? Cos’√® tutto ci√≤, sintomo di debolezza o di forza? Continuare a chiedersi da dove vengo, dove vado e come ci voglio andare. Solo una cosa so, ed √® sempre la stessa (e gi√† detta): voglio essere un giardino. Un posto e un tempo dove √® bello stare. Fermarsi a parlare. Per√≤, io non so dove andare, cosa fare. Cosa me ne faccio dei miei pensieri, delle mie cose, della mia musica, del mio senso di giustizia, della mia stronzaggine. Che pizza che sono! Meno male che non rompo i coglioni alla gente, non peso, non credo di pesare. Va tutto bene. Si pu√≤ superare tutto: quando hai visto tuo padre spaccare i denti a tua madre e poi trenta anni dopo tua madre a 70 anni provare a sollevare tuo padre da terra malato, allora hai visto tutto. Hai visto il senso, il perdono, la via, il perch√© il come. E, come uno dei figli di No√®, quando hai sollevato tuo padre ubriaco dai gradini, allora sai. Sai che alla fine √® solo una storia di uomini e donne. Di uomini e donne bombardate da armi che valgono come il pil del nazioni sulle quali si abbattono e di uomini e donne che devono arrivare alla fine del mese nel primo mondo. Che, esauriti dalla complessit√†, non sanno cosa fare e uccidono ci√≤ che amano. Non giudico. Non giudichiamo. Non ne abbiamo il diritto e nemmeno la capacit√†. Siamo tutti poco meno che fango. Io lo sono. Vabb√®, vi saluto tutti cari miei. Non ho pi√Ļ niente da dire. Quello che ho scritto resta qui. Non cancello, non rinnego. E’ tutto vero. Ero e sono uno come tanti. Auguro a chiunque passi di qua il meglio di quanto si possa desiderare. Noi siamo suoni e passioni. Non c’√® altro. Non c’√® davvero altro. Ognuno di noi sia la sua musica e tutto ci√≤ che desidera. Per il resto, continuer√≤ a comportarmi nel modo pi√Ļ corretto che conosco, senza ferire, senza togliere vita ed energia al prossimo. Con tutta la vita che ho.

p.s. La suono anche io, ma non cos√¨ bene ūüôā

 

Ciao.

 

Elia

Invarianti nel profondo. Come quando siamo nati. Qualsiasi cosa accada. Dal primo rigurgito di placenta all’ultimo respiro. Pesci rossi nella nostra bolla. Rompere. Come si fa? Si pu√≤? Disegna, parla, pensa. E poi ancora. E ancora, fino all’ultimo tratto. Fino a che hai coscienza e poi sparisci. Lascia. Lascia andare. Lasciati andare. Non tenerti. Non ancorarti. Non resistere. Resisti. Riesisti. Rinnova. Respira. E respira. Respira. E respira…

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