C’è chi si permette di giudicare. Di dirti chi sei. E non ha la più pallida idea di quello che ti è successo nella vita. Potrei essere stato uno dei sopravvissuti di una traversata in un barcone. O più banalmente aver preso in braccio la donna che si è amata dopo un tentato suicidio. Nessuno si permetta di giudicare, né Abele e ancor meno Caino. Non sono una persona buona ma ritengo che se ognuno di noi guardasse nelle proprie mutande come condizione di vita essenziale, vivremmo tutti meglio. Ecco. La canzone di Fabi postata prima ci sta benissimo. Ma anche questa (sono stanco).

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Fatti un giro nei miei vestiti, e poi mi dici.

 

Bellissima.

Quando al posto di se stessi si trova un buco.

Non in mio nome

Muoiono bambini in mare. Cosa altro dobbiamo scontare? Cosa altro dobbiamo aspettare? Vogliamo davvero che altri muoiano perché noi viviamo? E come vivremo, poi? Chemmerda! Io Non Voglio.

La fragilità è in un ognuno di noi. E’ insita. Non possiamo non averla. La nascondiamo. Spesso insultando gli altri, e quando siamo “civili” cercando di sentirci superiori. Ma siamo fragili, come il filo di una ragnatela. A fatica e alungo costruita. Cercare di aver cura del filo di ognuno è quello che dovremmo fare. Soprattutto non facendo agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. Di una semplicità scocnertante, eppure così difficile. Sei disposto/a tu a sostenere la vita del tuo prossimo? P.S. aggiunta: quando vuoi parlare con qualcuno e non c’è nessuno che risponda. Ecco.

A volte ci si perde. Non si vede l’orizzonte dal quale siamo partiti. E nemmeno quello a cui siamo diretti. E nel frattempo ci accadono cose. Magari facciamo fatica a maneggiarle, a confrontarci, a superarle: salute, soldi, famiglia… Ma forse la Pasqua ci può aiutare. Ci può aiutare la “rivelazione”. Il vederci in mezzo ad un percorso, più o meno complicato a seconda di dove siamo nati ed in quale famiglia, ed il vedere qualcuno che cammina accanto a noi. In un mare o in un deserto. In questa Pasqua mi sono fatto aiutare da Carlo Maria Martini. Spero possa servire anche a voi. Buona Pasqua. “Essere nel deserto vuol dire accorgersi di chi, ai lati della strada, è più disperato di noi, più solo di noi; vuol dire vivere la prossimità. Nel deserto, infatti, la prossimità è come più immediata, perché si comprende il bisogno di chi è più solo di noi”. (Carlo Maria Martini)

Sopravviversi. Andare incontro alla vita così come alla morte. Pari sono. Un estremo e l’altro della linea sottile che camminiamo e che chiamiamo vita. Su quale filo, su quale limiti, da quale parte del mondo, in quale empireo o quale fango siamo non lo decidiamo mai. Ma il possibile, in parte, si. E se a un certo punto uno dicesse “basta, cambio strada, cambio senso, livello, altezza”? Non so, ci penso. Ma so che si può fare.

La musica è mia, la scena è stratta da “Barry Lindon”.

Torno indietro nel tempo e non è che mi ritrovi proprio. C’è sempre qualcosa di inaspettato. Sono io, siamo noi. Ma diversi. Eppure così simili a quanto siamo sempre stati. Lana caprina? Non saprei. Ma è proprio quel delta la cosa a cui penso di più: sono io, eppure non sono più io. E a cosa ci si afferra per riconoscersi? Alle letture, alla musica, alle strade che si è percorso milioni di volte nella propria città. E allora ricominciamo a mettere dei punti. Ora comincio dalla musica. La mia preferita in assoluto.

Nella mia casa al caldo, dovrei solo scomparire. Vergogna provo e non sono altro che escremento di mondo. Io. Non quello che prega per la vita. Io, che prego per un dolore d’amore. Che prego per una somma di danaro inutile. Non al cielo né al denaro… Mi sento responsabile. E’ colpa mia. Mentre rido, mentre faccio l’amore, mentre passeggio per l’arte millenaria. Niente ha senso se lui muore.

Il motivo per cui tutti facciamo le cose che facciamo, qual è? Io sinceramente non lo so. Non credo lo sappia nessuno. Ma può essere che esista qualcuno così denso e centrato su se stesso a tal punto che abbia coscienza anche della propria gestazione. Io no. So che ho dei riferimenti banali e comuni: il contatto con l’altro, l’amore, i suoni, i ritmi, le parole, i pensieri, le passioni, le paure. Ma non ho paura delle persone. Però le scelgo, perché a un certo punto bisogna scegliere. E qual è il discrimine? Ognuno ha il suo. Il mio è l’annientamento. Nel senso che scelgo solo le persone che generano vita. Le altre vadano pure dove vogliono, facciano pure quello che gli pare. Ma non con me. E’ fondamentale per me essere centrati su questo punto: se la tua libertà lede la mia allora non possiamo avere contatti. Lede nel senso profondo dell’impossibilità dell’esistenza, intendo. Già detto da quel tizio che si chiamava Gesù e dall’altro tizio che si chiamava Emanuele (Kant, intendo, ma so che era chiaro però di questi tempi non si sa mai). Se non dovessi scrivere altro entro la fine dell’anno, auguro a tutti un buon Natale. A chi non è credente auguro buone vacanze. E a tutti, sempre e comunque, di avere la strada illuminata.

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